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Schermo, schermo delle mie trame...

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21 giu 2007

Erba o non Erba?

Azouz

Rigorosamente aderente alla realtà. Racconto diretto. Forte ancoraggio all’informazione. Con questa infilata di parole Enrico Mentana presenta lo speciale di Matrix “Erba. I giorni dell’odio” (scritto e diretto da Giorgio J. Squarcia). Docu-fiction in prima serata sulla strage condominiale di qualche mese fa, con attori che somigliano in modo impressionante a Raffaella Castagna, al marito Azouz, a Rosa Bazzi e Olindo Romano e pure ai rappresentanti delle forze dell’ordine, anche se poi capita che il vero maresciallo Finocchiaro – intervistato da Mentana al termine della docufiction - sia più attore consumato del suo interprete.

Una galleria di facce, acconciature, posture, interni domestici, cortili, celle, camere di detenzione che dà da pensare. Tutto doppio e se non basta anche l’effetto matrioska: stanza d’ospedale, il vicino di casa sopravvissuto al massacro, un giudice che lo interroga e ai piedi del letto uno sconosciuto di spalle che filma la vittima con una telecamera digitale. Il display della telecamera in primo piano: per guardare la realtà come rappresentazione o la rappresentazione come realtà? Provo a immaginare la risposta del regista: la rappresentazione della realtà è così simile al reale che con questo accorgimento visivo io correggo e prevengo la tua possibile confusione. Ti dico: guarda, ma sta in guardia.

A me sembra manierismo compiaciuto, vorrei obiettare. E sto per dirgli: potrebbe essere vero anche il contrario. Quell’omino con la telecamerina sembra un turista di passaggio che vuole portarsi a casa una sequenza catturata “dal vivo”.

Rosa

Ma sono distratta dalla scena del crimine. Dalla scena televisiva del crimine, che non è un letto d’ospedale, un pianerottolo, un’infilata di stanze, o lo stropicciamento delle immagini del massacro, scure e sporche, o il grido disperato “O dio mio!” della madre di Raffaella mentre viene sgozzata. La scena del crimine è il luminoso gioco di sguardi in primissimo piano. L’occhio di Azouz e l’occhio di Rosa, le loro facce ingigantite ad occupare tutto il campo visivo.

Mentana mi aveva avvertito: rigorosa aderenza alla realtà. E ora mi abbandona al rompicapo. Perché dei due sguardi - gli occhi di Azouz e gli occhi di Rosa - uno appartiene al ‘reale’ protagonista della vicenda di cronaca e l’altro all’attore della fiction. Entrambi gli sguardi raccontano emozioni, stati d’animo da pelle d’oca. Veri, verosimili. Ma quale dei due fotogrammi devo stare a sentire?

15 giu 2007

Visi d'arte

Gaia de Laurentiis

Era bella, bellissima, Gaia de Laurentiis. Ma era soprattutto una donna della cosiddetta “tv di qualità”. Il sorriso luminoso, il caschetto liscio e biondissimo immerso nella scenografia virtuale, barocca, patinata di Target. Su Canale 5 presentava arte, teatro, musica, moda. Sempre in primissimo piano. Gaia era una creatura di Gregorio Paolini, capostruttura di grido a metà degli anni Novanta, quel Paolini che in polemica con il Pippo nazionale si era messo in testa di “sprovincializzare con l’ironia la tv italiana”. Sparito nel nulla, lui. Baudo a Sanremo. E Gaia a promuovere materassi sulle reti commerciali.

Ed eccola oggi pomeriggio ospite a L’Italia sul Due in versione castana. Ancora molto bella, ancora in primissimo piano. Un po’ malinconica. Mi ricorda un’altra donna della tv, ma non riesco a mettere a fuoco chi. Si racconta. “La televisione non aiuta ad accettare il proprio corpo”. Colpo di scena. Oltre la solarità della faccia c’era un seno troppo grande tagliato fuori dallo schermo. “Gaia, ma io pensavo tu avessi il culone e i coscioni”, la interrompe Emanuela Falcetti in collegamento da Roma. “Ce li ho”. Hai capito a che pensava la Falcetti guardando Target?! Lei immaginava, guardava oltre, mentre io mi bevevo i servizi sulle mostre d’arte, prendevo appunti sugli spettacoli teatrali, memorizzavo le interviste agli intellettuali. E mi perdevo culone e coscioni.

Silenzio, parla Meluzzi, lo psichiatra. “Gaia era una grande professionista di una tv in cui lei funzionava straordinariamente ed era molto innovativa perché era come se il suo viso fosse una specie di icona bionica. Anche in questo c’è la strana legge del contrappasso. Lei che era un’icona asettica, teorica, come se fosse l’icona di un computer, si rivela poi invece in pratica talmente riservata rispetto al suo privato…” Lo interrompono, non saprò mai che cosa voleva dire. E intanto non riesco a mettere a fuoco chi mi ricorda Gaia… così pallida, mesta, lo sguardo basso, mai in camera. Occhi verso l’infinito. “Arriva un’età in cui le persone intorno a te cominciano a morire: è pazzesco. Ti accorgi che sei diventata grande perché gli altri invecchiano e cominciano ad andarsene”. Così comincia la sua ricerca d’equilibrio interiore, di serenità, commenta il conduttore… Ecco!

Claudia Koll

Ecco chi mi ricorda Gaia: un’altra bellissima, pallida icona femminile. Dissolta e poi ricomparsa sullo schermo sotto nuove spoglie, totalmente trasfigurata. Sommessa, sguardo rivolto lontano, lunghi gonnoni bianchi a nascondere le forme e lunghi capelli sulle spalle alla Maria Maddalena. Claudia Koll! Nessuno lo ricorda più, ma anche Claudia è stata una creatura di Gregorio Paolini. Anche lei fu lanciata a tutta cultura nelle notti dell’Angelo, un programma d’arte di Canale 5 di dieci anni fa contemporaneo a Target. Anche lei oggi fa telepromozioni: per il VIS (Volontariato internazione per lo sviluppo). Illuminata dalla fede.

La tv non aiuterà ad accettare il proprio corpo, ma contribuisce a cambiare l’anima. E a volte fa miracoli.

8 giu 2007

La pesca miracolosa

Falsi Modigliani

Sono tornate ieri sera a La storia siamo noi di Giovanni Minoli dopo ventitrè anni di quieto riposo in un armadio del Comune di Livorno. La loro storia è ancora esilarante, tragicocomica, con contorni gialli e neri irrisolti.

Il 24 luglio 1984 nel Fosso Reale di Livorno vengono ripescate due teste di pietra stilizzate. Secondo la leggenda, Amedeo Modigliani le avrebbe prima scolpite e poi, insoddisfatto del lavoro, buttate nel canale prima di ripartire per Parigi. Sono rimaste sepolte per 75 anni. Davanti alle televisioni di mezzo mondo, gli storici dell’arte gridano al miracolo. Non c’è ombra di dubbio: secondo Ludovico Ragghianti, Carlo Tullio Argan e Cesare Brandi  le due teste sono di Modigliani. “In quelle due scabre pietre c’è la luce, la presenza”, “finezze di taglio inequivocabile”, “Modigliani non ha tradito la materia”. Vengono battezzate Modì 1 e Modì 2. La sovrintendente Vera Durbé che ha voluto fermamente gli scavi è soddisfatta, lei se lo sentiva che le pietre erano lì, le ha indicate con l’indice, “scavate lì” ha detto, e lì sono state trovate.

Pietro Luridiana e i suoi tre amici livornesi invece guardano perplessi i telegiornali. Dopo il divertimento iniziale cominciano a preoccuparsi. Perché sono loro gli scultori di una delle due teste di Modì. Visto che tutti si affannavano inutilmente a cercare le teste, gliene hanno fatta trovare una loro. Uno scherzo, una burla in perfetto stile toscano. A colpi di martello, cacciavite e trapano in due giorni trasformano un’anonima pietra in un Modi e la buttano nel canale. Poche ore dopo viene ritrovata.

Però. Modì 2 è opera loro, ma l’altra pietra? E’ autentica?  Pietro e gli altri burloni aspettano che i critici d’arte si ravvedano, invece le draghe continuano a scavare e trovano una terza pietra. Negli stessi giorni a Parigi la figlia di Modigliani cade misteriosamente dalle scale e muore. Strane coincidenze.

Visto che ormai tutti danno per autentiche le tre teste, i ragazzi decidono di rivelare pubblicamente lo scherzo. ‘Panorama’ pubblica la confessione, ma critici e sovrintendenza non demordono, le teste sono di Modigliani. Ci vuole una prova, la prova regina: la prova della televisione. Uno speciale del TG1 in diretta il 10 settembre. I ragazzi rilassati, sorridenti davanti alle telecamere scolpiscono una nuova testa con il black&decker. Federico Zeri nella poltrona fiorita della sua casa di Mentana commenta divertito. Chiede all’autore delle altre due teste di venire allo scoperto. E Angelo Froglia, pittore livornese che fa il portuale rivela la sua provocazione artistica, fatta per screditare il mondo dell’arte. Un’azione rivoluzionaria. “E’ facile essere bravi con Black&Decker” recita la pubblicità del trapano sulle pagine di ‘Repubblica’.

Dopo la beffa dei Modì le avventure dell’arte in televisione non saranno più le stesse. Cambia il modo di raccontarle. Entrano lo spettacolo della diretta, l’attualità, lo scoop, il gossip, la provocazione, l’invettiva. “Quella trasmissione mi cambiò la vita” disse Federico Zeri, che da quel giorno diventò l’enfant terrible della televisione italiana. Con un memorabile commento sulla facilità con cui si riesce a falsificare l’arte moderna: “Il filo tra vero e falso viene a fondersi in un unico calderone in cui, come in talune zuppe di verdura, tutto è buono, tutto fa brodo”.

1 giu 2007

SOS Montessori / 2

Maria Montessori pensa

La fiction impasta rughe posticce sulla faccia dei suoi protagonisti. Sono quasi sempre impietose e quasi mai rendono giustizia alla verità della vecchiaia. Non fanno eccezione quelle di Maria Montessori e non v’è dubbio: stava meglio con le rughe delle millelire. Ma per i registi la tentazione di rendere fisionomicamente il trascorrere del tempo è troppo forte e i truccatori televisivi si adeguano come possono.

Fatto sta che Paola Cortellesi, dopo che l’amato professore di psichiatria le porta via il figlio appena nato e lo affida a una famiglia contadina, invecchia di colpo. Urla il suo dolore in una sequenza vorticosa, si blinda nella sua stanza per due giorni e una notte. Poi, calma piatta. Da questo momento solo abiti neri e solo bambini. Quelli degli altri. Il suo potrà vederlo ogni tanto, a patto di tenere segreta la maternità.

Tra le baracche di San Lorenzo nasce la prima Casa dei Bambini. Via le lavagne a misura di insegnante e i lugubri armadi chiusi a chiave. Maria riparte dall’organizzazione dello spazio. I bambini sono più attratti dal materiale didattico che dai giocattoli “perché vogliono imparare”. Aiutiamoli a crescere, a diventare autonomi, dice, mentre loro in tranquilla collaborazione diventano essi stessi i migliori maestri per gli adulti e per le proprie famiglie.

Destino beffardo: suo figlio nel frattempo cresce a suon di ceffoni e di collegio. E tanti pregiudizi: “La verità è che lei non è una madre e nella sua pedagogia si sente” le dice un funzionario del governo. Ma Maria non si ferma, anche quando è costretta a fuggire dall’Italia mussoliniana. Sul treno che si allontana e che porta madre e figlio - ormai adulto e antifascista - in salvo all’estero, però partono anche i titoli di coda. La storia televisiva di Maria Montessori finisce qui e si vorrebbe che continuasse.

Perdono quel treno invece, alle 23 e 30 circa, Matrix e Porta a Porta. Sì, ancora loro, a reti unificate. Rignano fa rima con Marsciano. Su RaiUno: “Quando l’orrore ti dorme accanto”. Su Canale 5: “Qualcosa di inumano che non riusciamo a capire”. Identici servizi, identiche interviste, identiche dichiarazioni. Roba da strabismo catodico. Quando ho capito che neanche stavolta Maria sarebbe tornata, me ne sono andata a dormire. Sconsolata, però: a fare i montessoriani con Vespa e Mentana, non si cava un ragno dal buco.

29 mag 2007

SOS Montessori

Maria Montessori

Sulle vecchie mille lire c’era il suo ritratto. Una nonnina con la crocchia, il nastrino di velluto intorno il collo, due profondi segni d’espressione a inquadrare un sorriso evanescente. Senza età. Come se fosse nata già così, Maria Montessori, con lo chignon e il cammeo. Come anch’io l’ho sempre immaginata.

Invece ieri sera, nella prima puntata della fiction di Canale 5 (regia di G. M. Tavarelli), Paola Cortellesi ha cacciato fuori i vent’anni di Maria. L’energia e l’incoscienza dei vent’anni, con il surplus simpatico della sua faccia da schiaffi. Certo, Maria Montessori è una che alla facoltà di Medicina nel 1896 incide il cadavere di una giovane sifilitica con un taglio netto di bisturi, mentre i colleghi maschi arretrano inorriditi. Certo, è una con le spalle coperte da una famiglia agiata e colta, con una madre che le dice: “Quando sei nata ho sentito una gioia infinita e una infinita tristezza”. Una madre consapevole a metà Ottocento che le gioie della maternità collidono con la realizzazione fuori dalle mura domestiche e che per questo, a maggior ragione, sosterrà la figlia senza però mai infilarsi nelle sue scelte.

Insomma, solidità materiale e di affetti Maria ne ha parecchia. Ma non basta. Contravvenendo alle regole sociali del tempo, paga sul piano personale. Resta incinta, e il bel professorino di psichiatria non ha più le idee tanto chiare. Comincia persino a nutrire invidia per il successo di Maria. O forse per il carattere che lui non possiede: l’indipendenza di giudizio, la passione che rifugge il sentimentalismo, l’intelligenza che si rimbocca le maniche per mettersi pazientemente in osservazione. Osservazione dei bambini e osservazione del mondo attraverso lo sguardo dei bambini. Con metodo amorevolmente scientifico, Maria inventa grimaldelli per aprire la scatola del mondo, per entrarci con i bambini che la scienza definisce ‘deficienti’, per correre con loro verso le passioni e la gioia di vivere. “I sensi sono le loro porte sul mondo”, dice quando i piccoli imparano a leggere e scrivere meglio dei bambini ‘normali’. Sperimenta, prova, aggiusta. E i bambini non guardano più nel vuoto.

La prima puntata è finita e dopo cinque minuti di pubblicità Matrix apre le porte dell’asilo di Rignano. Manco a farlo apposta, altri bambini che stanno male, ma nessuno, proprio nessuno capisce perché. Tanto da dar per certa una setta di porno-pedofili appostati tra bagni e sgabuzzini della scuola, perché tutto quello che sta fuori dalle mura domestiche ormai è pericolo, tentazione, diavoleria. Ho tanto sperato che al posto della Palombelli  arrivasse Maria Montessori a dirgliene quattro. Per esempio sull’ansia da prestazione digitale di genitori che privilegiano l’osservazione dei loro bambini attraverso telecamere e telecamerine.

Quando ho capito che Maria non sarebbe arrivata, me ne sono andata a dormire. Fiduciosa nella seconda puntata di domani (continua).

23 mag 2007

Il divano di Procuste

Gianfranca non l’ha mai raccontato a nessuno, non al marito, né alla figlia. Per paura di non essere capita. Poi in televisione vede il programma di Alda D’Eusanio (Ricomincio da qui, ogni pomeriggio alle 16 su RaiDue) e si dice: “Questo è il momento giusto”. Il momento di parlare.

“Ti sei fidata di me” suggerisce Alda accompagnandola al divanetto. Gianfranca annuisce, si siede, sistema le pieghe del vestito a fiori rossi e bianchi e racconta la sua fobia. Ha paura di borsette e portafogli, non sopporta la loro prossimità, le procurano continui attacchi di panico. Borsette delle amiche e portafogli dei colleghi. Teme che i legittimi proprietari possano pensare che lei è una ladra. Invece lei è onesta. Semplicemente, ha avuto un passato difficile.

Alda D'Eusanio

Avanti, la esorta Alda, apriamo i cassetti dell’infanzia, facciamo prendere aria al dolore. E alla veneranda età di 66 anni Gianfranca snocciola le angherie della matrigna subite fin da quando era una bimbetta. Ripercorre la vita da Cenerentola, i silenzi del padre, la misera tazza di latte per cena, le botte per una cassettina di spiccioli aperta erroneamente. Tutte le prepotenze che da sessant’anni non riesce a dimenticare, a perdonare. Che si sono annidate nelle pieghe della fobia.

Alda la rincuora: essere arrivata in televisione è importante. E’ un atto di coraggio. Questo è un trampolino di lancio. Pensa un po’ Gianfranca, fino a un minuto fa neanche tuo marito e tua figlia conoscevano la tua infelicità. E invece adesso la sanno milioni di persone! Non ti senti già meglio?

Gianfranca è in primissimo piano, lo zoom macroscopico inquadra il dettaglio della lacrima che scende dal ciglio, il fremito del labbro. La misura della sofferenza è tagliata sulle dimensioni della faccia. Come Procuste stirava e amputava i corpi dei malcapitati viandanti per costringerli a entrare nel suo letto di ferro, così la telecamera stringe e allarga sui dettagli somatici per catturare le emozioni. Ti inquadra in una condizione di spirito tormentosa, in una situazione difficile e intollerabile. Ti accorcia e ti allunga in formato televisivo.

A questo punto vieni consegnato nelle mani dei medici dell’anima. Psicologi, nutrizionisti, chirurghi, avvocati. Anche loro a misura del tuo problema. Per Gianfranca hanno scelto una teologa: ricordati, le dice suor Roberta, che “la misericordia ci libera dalla fatica, sii misericordiosa per te stessa”. Anche la teologia si stira e si restringe sul credo dello schermo, rivolgendo il nobile sentimento della compassione non più verso le sofferenze del prossimo ma verso le proprie sofferenze. E se il divano non basta, conclude suor Roberta, rivolgiti all’associazione Rinnovamento dello Spirito Santo. Specializzata in celesti sommier che risanano le ferite della memoria.

14 mag 2007

The day after

Beautiful

Neanche a farlo apposta, tra i vecchi ritagli di quotidiani l’altro ieri ho trovato un trafiletto ingiallito di “Repubblica” risalente a quasi dieci anni fa. Non ricordo con quale spirito l’avevo messo da parte, forse pensavo al futuro e infatti il futuro è arrivato. La notiziola del trafiletto riguarda don Vito Stramaccia, parroco di San Nicolò, periferia di Spoleto, che nel lontano 20 gennaio 1998 durante la santa messa collocò sull’altare un televisore, lo collegò al videoregistratore e disse ai suoi fedeli: “Il messaggio che ogni giorno arriva a milioni di persone non è quello del Vangelo. La realtà ha un altro svolgimento”. Don Vito spinse il tasto play e tra gli incensi domenicali partì una puntata di Beautiful. Una sequenza di dieci minuti di uno dei tanti matrimoni celebrati nella soap. Poi Don Vito spense il videoregistratore e commentò: “Ecco, il matrimonio è l’esatto contrario di quello che avete visto”

L’originale omelia non ha avuto epigoni: troppo audace applicare quel metodo a temi come violenza, droga, pornografia? Ma solleva anche altre domande. Perché Don Vito non ha tenuto conto che solo tre anni prima, il 10 maggio 1995, tutto il mondo celebrava il M-day, il Marriage Day, in occasione del primo matrimonio tra Ridge e Brooke. Perché non ha previsto che matrimonio dopo matrimonio la loro coppia sarebbe diventata una roccaforte dell’amore “immutabile, forte e tenace” come dichiara Ridge in una puntata della soap.

In questi giorni Natalia Aspesi in un articolo su “Repubblica” risolleva il problema, proponendo Beautiful come testimonial del family day: “Tradimenti, incesti, figlie incinte del marito della madre ma anche madri incinte del marito della figlia, fratelli e fratellastri che sposano la stessa bella signora che sposa anche il loro babbo, ecc. Purché si salvi la famiglia”.

Sì, le derive di Beautiful sono proprio infinite. Sacrificatelo sugli altari, scopritene gli altarini. Io, che adoro i castelli di carte, continuerò a tagliuzzarlo sui giornali.

7 mag 2007

Tempi appiccicosi

Chewingum

Dieci lire, un giro di manopola e la sfera scendeva nelle nostre mani. Lucida, smagliante e plasticosa. Scoppiettava tra i denti, si gonfiava a palloncino sulle labbra e poh! esplodeva sul naso dei compagni. Un esercizio di maleducazione che da ragazzini consumavamo segretamente. Come ogni gioco proibito, con grande soddisfazione. Erano bellissime quelle biglie piene di zucchero e coloranti, un po’ meno le cicche umettate di saliva e abbandonate dove capitava.

Mastica tu che mastico anch’io, quarant’anni dopo ci troviamo in un pastrocchio universale. Tempi appiccicosi per tutti: pare che le migliaia di gomme da masticare lasciate dai turisti rendano difficile finanche il restauro della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Ma intanto, liberate da zuccheri ed additivi, con l’alibi dell’alito risanato e della più veloce pulizia dei denti le palline di chewingum hanno messo sottosopra sia le regole igieniche che le regole del galateo. Le hanno ribaltate. Ed ecco negli spot pubblicitari gli animali che si comportano da umani e gli umani che si comportano da animali. Lo scoiattolo scorreggione che grazie alla freschezza di Vigorsol iberna il paesino in fiamme e il malcapitato motociclista con piccione in bocca che mastica Daygum per purificarsi l’alito. Che schifo! Pure la Littizzetto - che certo non brilla per bon ton sul tavolo di Che tempo che fa - ha chiesto ufficialmente il ritiro dello spot.

Nonostante ciò, in televisione si continua a ruminare a volontà. I chewingum rischierebbero di ridurre Rai e Mediaset nelle condizioni della basilica di san Pietro se non fosse per quegli ospiti e quei conduttori che hanno ancora stile da vendere. Per esempio Patty Pravo che a Domenica in estrae la poltiglia bianca dai denti e la appiccica al gambo della rosa che Pippo Baudo le ha regalato. O il nominato del Grande Fratello che mentre scende la scalinata di Buona domenica sputa la cicca e la ripone nella tasca della giacca. O Fabio Insinna che sorprende un concorrente di Affari tuoi mentre attacca la gomma sotto lo sgabello, lo redarguisce e davanti a milioni di telespettatori gli ordina di raccoglierla e consegnarla ad un addetto del programma, che la porta via avvolta in un pezzetto di carta.

E venite ancora a dirmi che la televisione non è educativa.

30 apr 2007

Inchiostro di china per Cogne

Franzoni

La villetta di Cogne. Prima scoperchiata in un plastico, poi scarnificata e ridotta a mestolo e scarpone. E adesso trasfigurata in photo-paint, imitando le tavole che un secolo fa Achille Beltrame disegnava per la copertina del “Domenica del Corriere”.

Faceva un certo effetto vedere a Studio aperto – venerdì scorso, su Italia1 - i quadri pittorici di Anna Maria Franzoni, di Stefano Lorenzi, del procuratore Corsi e dell’avvocato Paola Savio. Le telecamere e i microfoni non potevano entrare nell’aula di tribunale per l’udienza conclusiva del processo? Ed ecco la scena processuale descritta, disegnata e dipinta. Con le figure e gli oggetti abbozzati come se le telecamere fossero presenti in aula, come se respirassero l’emotività dell’evento. L’imputata ha lo sguardo dolce, il naso ingentilito, la bocca dischiusa in un’espressione infantile. Il marito le guarda le spalle pensoso. Il procuratore Corsi arringa al microfono con aria sofferta. L’avvocato Paola Savio dietro gli occhialini bianchi spinge i giudici “oltre ogni ragionevole dubbio”. Facce, gesti, posture fedeli e infedeli al tempo stesso. Immersi in un recinto sacro, con lo sguardo rivolto altrove, alla ricerca di pietas e di sentimenti eterni. Icone e santini di un processo giudiziario che ha preso la piega di un processo di canonizzazione.

Franzoni 1

Mancava ancora nell’album di Cogne questa rappresentazione in forma idealizzata, liberata dalle catene della realtà e purificata dalla tintura omologante della tv.

Per un attimo la villetta e i suoi abitanti sono fuggiti dal reality, dalla fiction, dal talk show, dai “generi” nei quali si vuole a tutti i costi imprigionarli. Hanno trovato rifugio nei quadri narrativi che, tanto tempo fa, sapevano trasformare notizie ordinarie in eventi straordinari, dettagli insignificanti in fulcri visivi. Che sapevano tuffarsi con l’inchiostro di china nei vuoti della notizia e far palpitare epicamente uno scialbo fatto di cronaca.

E’ proprio ciò di cui Cogne ha bisogno: per restare in vita, per non consumarsi ed appassire. Sublimarsi, oltrepassare la soglia del presente, entrare nel regno dell’immaginazione. Diventare un grande romanzo popolare. Con l’aiutino del fotoritocco digitale, forse ce la fa.

25 apr 2007

AAA. Avatar

Parole, parole, parole. I fans club dei reality sono pieni di parole. Un blob di blog. Diari e faccine. Emoticon. Al massimo qualche foto. Ma pur sempre immagini bidimensionali.

Questa storia sta per cambiare. L’ho letto sui giornali di questi giorni. E’ in arrivo Virtual me. In diretta nella casa del Grande Fratello ci andremo on-line con il nostro avatar, con il nostro alter ego digitale. Incontreremo gli altri fans in simulazione fisica. Interagendo a volontà. Passeggiate, litigate, sesso, procreazione. Faremo figli con il nostro dna digitale.

E tutto questo, poi, tornerà in televisione. Nel nostro vecchio, caro schermo televisivo. Potremo vedere la nostra seconda vita stravaccati in poltrona.

Second Life

La Endemol, la casa di produzione del “Grande Fratello” televisivo, ha deciso di portare la tv in rete. Se il pubblico non guarda più la televisione perché sta on-line su internet, la televisione andrà in rete a riprendersi gli spettatori. Per riportarli in televisione. Insomma, la vecchia storia di Maometto e della montagna in versione post-catodica.

Virtual me sarà un universo simile a Second Life ma più tecnologicamente e visivamente avanzato. I navigatori potranno costruire il proprio alter ego digitale e incontrare altri avatar, altre presenze simulate. Tra i concorrenti della casa televisiva e della casa virtuale non ci sarà comunicazione. Ma, dice Peter Bazalgette, capo della divisione creativa della Endemol, “è’ un progetto completamente innovativo, oserei dire rivoluzionario, che potrebbe cambiare il modo in cui oggi intendiamo la nostra relazione con la televisione”.

Cosa andremo a fare su Virtual me? A mostrare agli altri l’immagine che avremo costruito di noi stessi. Posso fare di me quello che voglio e girare liberamente con questa immagine. Sarò valutato, accettato, riconosciuto per la mia immagine. Non lo diceva anche  un personaggio di Almodovar in Tutto su mia madre? “Una è tanto più autentica quanto più assomiglia a ciò che ha sognato di se stessa”. Non avrò più bisogno di chirurgia estetica, di rifarmi il naso dalla Pivetti e Platinette. Niente bisturi. Posso apparire come ho sognato di essere, e non v’è dubbio: la tecnologia digitale fa più miracoli della chirurgia estetica.

Intanto, in televisione, non vedrò più gli abitanti della casa televisiva “reale”, ma il mio avatar, e gli altri avatar della casa “virtuale”. Il Grande Fratello di Cinecittà sarà sostituito dal Grande Fratello di internet.

Simpson

La tv sarà una spettacolarizzazione estrema della vita virtuale di internet. Niente più rappresentazione della realtà, ma rappresentazione della rappresentazione. Un’anticamera dell’universo di Matrix: per chi vive nella simulazione della “matrice” la vita reale è unicamente quella in  cui sta vivendo. E anche per i creativi di Virtual me la rivoluzione consiste nel realizzare una società intera che vive sensazioni ed emozioni virtuali in simulazione perfetta.

Oggi guardo i Simpson che guardano la televisione. Domani guarderò me stessa che vivo nella televisione.

13 apr 2007

Nessuna è perfetta

Puntata sulle labbra ieri sera, a Porta a Porta. Alba Parietti ha confessato che se potesse tornare indietro di quindici anni si terrebbe ben strette le sue labbra originali. Eccole, sullo schermo: ma che bisogno c’era di rifarsele? Ahimé! dice la Parietti, indietro non si torna, e l’unica consolazione è che la sensibilità della mucosa non cambia con il lifting: il bacio resta piacevolmente tangibile sia per la siliconata che per il partner. I miei uomini, giura, non si sono mai lamentati. Se Vespa vuole conferma, prego si accomodi. Grazie, magari nell’intervallo.

Jane Austen

Invece di ascoltare il suggerimento, Jean Austen, l’autrice di Orgoglio e Pregiudizio, cede anche lei al desiderio di una bocca carnosa. A centonovant’anni dalla morte. Nel suo unico ritratto dato per certo, un disegno fatto dalla sorella Cassandra, appare con il mento sfuggente, le labbra sottili, i capelli appiattiti da una cuffietta arricciata. Sciatta, banale. Un’immagine che collide con il successo dei suoi romanzi, continuamente ristampati e più volte trasposti in film e sceneggiati tv.

Così, per l’uscita della monografia scritta dal pronipote James Austen-Leigh, l’editore inglese Wordsworth ha pensato bene di ritoccarle il volto. Le ha riempito le labbra, ha spazzolato di blush le guance e sostituito l’orribile cuffietta con una parrucca di riccioli biondo afrodite. Ora la grande scrittrice è pronta per la copertina e per il primo piano sullo schermo di Porta a Porta. E pensare che il suo ultimo libro era una satira sul progresso e sulle sue conseguenze sui caratteri delle persone.

Adesso l’editore vuole convincere al restyling anche Virginia Woolf, con la scusa che non è certo una bellezza. Scrittrici in ristampa, state in campana.

04 apr 2007

Aspetta e vedrai

tv spenta

Le passo davanti. Le giro intorno. La guardo, mi guarda. Faccia a faccia. Io e la televisione spenta. Nei pochi metri quadrati della casa ci osserviamo. In silenzio, da settimane. Lei non parla, io non parlo. Non abbiamo litigato: è che per un po’ ho dovuto metterla da parte. Non ho potuto dedicarle neanche una briciola del mio tempo.

Lei mi guarda col muso ingrugnito. E’ superba, la mia tivù. E pure orgogliosa. Non ama che sia io a decidere se accenderla o spegnerla. Provo a farla ragionare. Tesoro, non posso proprio guardarti adesso. Stai lì buona buona, in silenzio. Riposati i pixel. Io mi devo occupare d’altro. “Ma sono io quello che accade mentre tu ti stai occupando d’altro” mi risponde lei, perentoria, assertiva.

No, ti sbagli: è la vita, quella. La vita è quello che accade mentre ci stiamo occupando d’altro. E ti prego, non confondermi le idee con i paradossi e i giochi di parole. Stai tranquilla e rilassati. Non è che non ho voglia di parlare con te. Non è che ti ho abbandonata. Non è cambiato nulla tra noi. E’ semplicemente che ci sono cose che tu non puoi capire, nelle quali in questo momento non ti posso proprio coinvolgere. Non mi potresti aiutare. Ma torno presto, non preoccuparti.

Lancio un’occhiata allo schermo spento. E’ patetico, melodrammatico. Cerca di prendermi con i sensi di colpa. Tanto che per un attimo penso: ecco, adesso si mette a lacrimare come una madonnina.

Invece sembra si sia rassegnata. Forse la mia tv sta imparando l’arte della pazienza. O mi aspetta al varco, consumando freddamente la vendetta. Forse va avanti da sola, e mi lascia indietro. Non lo so, staremo a vedere. Tra qualche giorno.