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Schermo, schermo delle mie trame...

26 set 2007

La frecciata nera

La freccia nera

“Forza! La vita vi farà trovare di fronte a ben altre prove da superare!” dice Loretta alle aspiranti Miss Italia. E dicendolo precipita nel contrappasso dei nostri tempi: l’ansia da visibilità. Chiede alle ragazzine ciò che non riesce neanche a lei, a 56 anni: guardare oltre la telecamera, scrutare l’orizzonte. Si incaglia nelle stesse emozioni che chiede loro di contenere. Relegata fuori scena per venti minuti dal perfido Mike, esplode in diretta. “Non sono la tua valletta muta, non sono Edy Campagnoli”. Reclama il proprio spazio. Come una miss.

Certo, come darle torto in questa tv senza gentiluomini. Però, col senno di poi, Loretta aveva ben altro asso nella manica. Un colpo di scena alla Houdini. Lasciar andare alla deriva lo spottino di Mike e Fiorello e dileguarsi sul serio. Definitivamente. Un vero show alla faccia del contratto, degli sponsor e pure del marito. Chi l’ha vista? Dove sta Zazà? Diventare autrice e regista di se stessa, dirigere lo spettacolo della propria assenza. E smentire così anche la ex Miss Italia, che ha mandato a dire: “Quando la Goggi è uscita ho sperato che non tornasse, perché quello era finalmente il mio momento”.

Esercitando l’arte della sparizione, Loretta ci avrebbe dato una vera frecciata di “buona vita”, invece di quell’augurio reiterato sul palco quando era ormai troppo tardi. O forse no. Forse, come dice la vecchia tv che Loretta conosce bene, non è mai troppo tardi.

20 set 2007

Io non ho paura

Roberto Saviano

Scatena passioni. Piccole grandi medie. Ognuno si lascia trascinare secondo la propria taglia e sesso. Il genere femminile è travolto, fatalmente. Di fronte a Saviano diventiamo figlie amanti madri, a seconda della storia anagrafica e sentimentale che ci portiamo dietro. Lui invece ci vorrebbe tutte sorelle. E già, stai fresco. Che pretendi con quegli occhi, con quelle labbra. A che cosa ci chiedi di rinunciare con quella foto sulla quarta di Gomorra?

E adesso pure in televisione. Mica fluttuante nel viavai del palinsesto. No, in copertina: in testa al Tg1 delle 20. Massima esposizione Rai. Primo piano di nome e di faccia. Sfondo azzurro e marca televisiva cubitale.

Ma il viso di Saviano non ha niente a che vedere con la usuale fisionomica dei volti televisivi. Non è familiare, non è domestico. La sua bellezza è una commistione di selvatico, di sfuggente, di commovente. E la sua parola persuade. Una visione del mondo, stagliata davanti al mappamondo del Tg1,  dove bello e buono, bello e giusto, etica ed estetica riprovano a dialogare.

Non è facile tenerle insieme. Come non è facile capire l’ambivalenza dello scenario che si sta delineando intorno al “personaggio” Saviano. Sullo schermo televisivo e in piazza. Però bisogna provare a rifletterci. Saviano è sotto scorta: nel mirino della camorra, parla alla folla di Casal di Principe protetto dal mirino dei tiratori scelti. Tiro incrociato tra massima sorveglianza e massima esposizione. Visibilità blindata. Come i capi di stato, come i leader, come i divi. Come nelle grandi rappresentazioni dei media, come in un film. Ha sfidato la camorra con la letteratura, e adesso (consapevolmente?) sta sfidando stampa e tv con il suo corpo. “La camorra si combatte raccontando e pretendendo: bisogna prendere parte e decidere da che parte stare” dice al Tg1.

Non finisce di darci da pensare, Saviano. Lunedì scorso a Casal Di Principe ha esordito invocando il diritto alla felicità, cui hanno diritto i giovani del suo paese. Felicità. Anche Veltroni la adora (la politica è al servizio della felicità). Aldo Giovanni e Giacomo e Muccino ci hanno intitolato addirittura i loro film (Chiedimi se sono felice, La ricerca della felicità)

Il diritto alla felicità è iscritto nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Diritto (e obiettivo) individuale, piuttosto che collettivo. Un altro cortocircuito comunicativo? Una declinazione confusa di parole troppo grandi? E poi, ci insegnano i filosofi, siamo sicuri che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità?

14 set 2007

Fiction anch’io… no tu no

Giannini

Divise. Da maresciallo e da generale, da finanziere e da guardiamarina, da commissario e da ispettore. Gradi, mostrine, cordoncini, stellette, medaglie. Sono tornati a sovrascrivere la realtà. Hanno l’ambizione di spiegarla, la realtà, di raccontarla, e di indurci alla riflessione. Un mix di pedagogia e di sentimenti popolari, eroici, condivisi. Così i morti risorgono nelle miniserie di cronaca e storia, vedi qualche giorno fa il generale Dalla Chiesa; mentre i vivi, e vegeti come Ricky Memphis di Distretto di polizia e Sergio Amato de La squadra, vengono sepolti dagli sceneggiatori per motivi di audience. Si riporta in vita chi è morto nella realtà; si eliminano coloro ai quali si è plasmata la vita nella fiction. Il destino nel fuoco incrociato della tv.

E allora, conviene alla Guardia Forestale arrabbiarsi così tanto? Perché il malumore sta crescendo, come ha raccontato su La Stampa di ieri Francesco Rigetti nell’accurata ricognizione tra i dirigenti del Corpo Forestale: “Rai e Mediaset ci lasciano senza fiction. Siamo rimasti gli ultimi a non avere un nostro eroe televisivo”.

Certo, non hanno tutti i torti. Passino poliziotti e carabinieri, ma che Il Capitano e Gente di mare gli freghino anche i temi della difesa dell’ambiente no! E che dire della polizia carceraria celebrata in un serial con Virna Lisi? E le belle e affascinanti donne in divisa, credete che noi non le abbiamo? Soprattutto, ai Forestali non va giù che i Finanzieri, i più odiati dagli italiani per via delle multe e degli scontrini fiscali, diventino simpatici vicini di casa. Loro invece, al vertice di ogni sondaggio di gradimento, nulla. Non esistono.

Così il copione della fiction se lo sono scritti da sé e hanno pure coinvolto Flavio Insinna (capitano dei carabinieri di Don Matteo prima dei pacchi!) in uno spot contro i pericoli degli incendi boschivi. Manco per idea: tutto bocciato dai network.

Resistere per esistere. Giuro, se i Forestali promuovono uno sciopero per diritto all’esistenza televisiva sarò con loro e con il loro copione. Mi piacerebbe vedere come si vedono loro, che clichè si cuciono addosso, e cosa confessano tra le righe. Come si raccontano e che cosa rubano al linguaggio della tv.

E a pensarci bene: perché le miniserie storiche non le facciamo scrivere agli studenti? Prendiamo Dalla Chiesa: era una fiction imbrigliata nella cronologia. Ma chi ragiona più per cronologie? Agli studenti farei realizzare il loro Garibaldi, il loro Moro. Con la clausola del telefonino. Cosa sarebbe accaduto se fosse già esistito l’sms a quei tempi? E invece non c’era: sudate ragazzi! Sette camicie, come i Forestali.

07 set 2007

Apriti cielo!

Ambra Angiolini

Ambra madrina della Mostra del Cinema di Venezia. E’ il nulla, tuonano i critici più illustri (dalle pagine dei rotocalchi di gossip). Non le perdonano l’intervista a Gesù, il tormentone “Ambra c’è!”, la foto in croce e il diavoletto di Non è la Rai. Dopo quindici anni, Ambra Angiolini ha ancora il bollino rosso di ectoplasma televisivo, replicante, emblema della pedofilia della seconda Repubblica, dark lady con la perversione dell’auricolare. E’ rimasta cristallizzata in quel clichè, buffamente, mentre il consanguineo Fiorello, che insieme a lei imperava su Italia1 con il famigerato (per gli illustri critici) karaoke viene sdoganato grazie al trionfo di Viva Radio2, e nessuno ricorda - o tantomeno cita - la lunga coda di cavallo che sventolava sui terribili cappottoni giallo canarino del dominatore delle piazze storiche italiane.

Ambra intanto, abbandonato l’auricolare di Boncompagni, ha cominciato a camminare sulle sue gambe. Salti, scivolate, sprint, capriole. Tv, teatro, canzone e cinema. Pluripremiata per la sua interpretazione nel film di Ozpetek Saturno contro e ora al lavoro sul set di Cristina Comencini.

Incede a Venezia con aria ironica e sorriso illuminato. Chissà che pensa, chissà che prova per questa nuova consacrazione sul tappeto rosso.

Quindici anni fa, quando fu santificata tra i luccicori della televisione, Ambra diceva di sentirsi con un piede in Paradiso. Aveva suppergiù l'età in cui Maria Goretti entrò nel regno dei cieli. Nessuna intenzione blasfema, per carità. Ma fulgori analoghi, e sorprendenti capovolgimenti di senso tra due storie parallele. Entrambe caste dive, icone bambine, con la dedizione che sfiora l’eroismo. A chi le chiedeva che cosa era stato Non è la Rai, Ambra rispondeva: “Un corso di religione dove ho incontrato il mio maestro spirituale”. Strana coincidenza, mentre ai provini per un film su Santa Maria Goretti che si svolgevano proprio in quei giorni tra la ressa di bambine e mamme palpitanti in puro stile Bellissima, il regista dichiarava alla stampa: “Maria Goretti la vorrei con il sorriso di Audrey Hepburn in Vacanze romane”.

Ambra, attrice e testimone di buon auspicio, c’è - che i critici lo vogliano o no - e sta facendo miracoli tra ascesi e ascesa, sotto l’occhio voyeuristico del mondo.

4 ago 2007

Scandalo al sole

Mostra Vade Retro

“Lo scandalo è la censura. Nella democrazia la censura dimostra l’impotenza della politica, cioè di parlare di cose vere e serie”. Lo dice David Parenzo di TeleLombardia a Otto e 1/2, su La7, ospite della puntata dedicata alla mostra milanese Vade retro. Arte e omosessualità chiusa ancor prima di essere inaugurata. Ogni estate uno scandalo scoppia con la violenza di un temporale e inzuppa le conversazioni balneari: lo scorso agosto furono la confessione in diretta televisiva di Gunther Grass, che raccontò i suoi trascorsi giovanili nelle SS tedesche, e l’incoronazione a sex symbol di Padre Georg, segretario del papa, su Novella 2000. Quest'anno il temporale estivo ha preso di mira il sindaco Letizia Moratti e il suo assessore alla cultura Vittorio Sgarbi.

La notizia si dilata, si distorce. Dichiarazioni lapidarie: la censura della mostra è un’operazione furba e cinica perché fare scandalo alimenta il successo. No, è che anche le mostre sono diventate vittime del bipolarismo bastardo. Il problema è un altro: non c’è più scandalo ma solo nichilismo dei tempi.

A Otto e 1/2 Pietrangelo Buttafuoco accende l’ecoscandaglio. Vuole schivare gli scogli della polemica e affrontare con i suoi ospiti televisivi il mare aperto, tra etica ed estetica come tra Scilla e Cariddi. Ditemi, si possono considerare opere d’arte il papa in mutande e Cristo al posto del transessuale? Ci si può sentire offesi da un’opera d’arte? Siamo sicuri che “vietato vietare” valga sempre?

Preso l’abbrivio, gli ospiti strambano tra Caravaggio che usava le prostitute come modelle, Michelangelo vittima dei braghettoni come le gemelle Kessler lo furono delle calzamaglie nere e la Fontana orinatoio di Duchamp, allegorica dissacrazione in porcellana della Vergine Madre. “Ma perché i carabinieri devono difendere Duchamp e non i credenti?” obietta Buttafuoco.

Serpeggia il mal di mare. E se ce ne tornassimo tutti sulla spiaggia o almeno sul bordo della piscina? E se fosse lì la mostra più interessante, l’arena speciale, il laboratorio per affinare lo sguardo? Per scrutare, fissare, lanciare occhiate, guardare con la coda dell’occhio, fingere di non guardare, guardare da un’altra parte. Sarà banale, ma per nascondersi e osservare il mondo in modo non invadente in fondo basta un paio di occhiali da sole. Occhiali anti-censura. Occhiali anti-scandalo. E per meditare sotto l’ombrellone, una frase di Erving Goffman: “quando i corpi sono nudi gli sguardi sono vestiti”.

25 lug 2007

Che giorno èèè, che anno èèè…

Grimilde

Una bolla di vetro con i fiocchi di neve che cadono lenti lenti. E’ il souvenir che ci regalano le repliche estive della tv. Tutte le puntate invernali ritrasmesse quotidianamente, pomeriggio dopo pomeriggio, a L’Italia sul Due. La storia va avanti dai primi di giugno, immagino proseguirà fino a ottobre. Diciamo quattro mesi di flusso e riflusso del vecchio calendario. Me ne sono accorta riascoltando le interviste sulla vicenda di Veronica Lario e sul delitto di Erba; rivedendo i panorami innevati, e cappotti sciarpe e maglioni mentre i 40° si infilano sotto le serrande abbassate. Déjà-vu: Alessandro Meluzzi parla di “effetto gatto schiacciato” a proposito della morbosità della gente comune, Raoul Montanari cita Lucrezio e il piacere di assistere a una crudeltà, Giancarlo De Cataldo invita a mettere una targa a Erba: “Qui fu consumato un delitto e fu accusato un padre che era un cittadino straniero”.

Alcuni passaggi di altre puntate me li ero persi: il commento del conduttore sul fatto che i registi non sanno più come vestire le prostitute nei film, perché per strada le donne somigliano e si vestono sempre di più secondo il clichè della prostituta. Da cui, riflessione sul fatto che i registi non possono più attingere alla realtà e lunga discussione a seguire sul vestitino da cocktail di Lory Del Santo che va sempre bene perché tanto in televisione “non c’è problema di orario”. Essere e Tempo a rotta di collo.

Sull’abitudine di replicare all’infinito le serie delle fiction si polemizza da anni. Ma è la prima volta, mi pare, che anche i programmi in diretta vengono proposti in replica (nella stessa fascia oraria dell’originale e senza bollino in sovrimpressione che denunci il già trasmesso). Un talk show quotidiano costruito come un rotocalco sulla notizia calda, per lo più di cronaca nera e di costume, che sembrerebbe destinata a sfiorire con il tramonto, a non lasciare traccia, e invece viene ripresentata come se fosse appena avvenuta. Che significa? E’ la forma estrema di autocelebrazione della tv? La ridondanza per farsi ricordare? Gli stessi volti ri-esposti per rassicurare sulla continuità, sull’eterno ritorno? Insomma: l’ancòra come àncora?

Su Italia 1 è riapparsa in prima serata anche la puntata pilota di Grimilde, che andò in onda un anno fa durante i Mondiali di calcio. Doveva aprire una serie che Alba Parietti accarezzava da cinque anni. Non se n’è fatto più niente, ma quella puntata è sempre lì, un jolly di streghe dello spettacolo confessate e comunicate. Wanna Marchi, Anna La Rosa, Katia Ricciarelli, hic et nunc. C’è pure Vladimir Luxuria che schiocca un bacio infuocato sulle labbra di Alba e squaglia la neve nella bolla di vetro. Déjà-vu anche questo, più o meno onorevole. Ma allora neanche gli onorevoli vanno più in vacanza? Risponde la televisione, laconica: ho diritto di replica.

5 lug 2007

Transformers 500

Festa 500

E se il cubo di Energon, capace di dare vita alla materia inerme, fosse nascosto al Lingotto? Se ci fossero gli Autobot e i Decepticon dietro l’avventura della nuova Fiat 500? Su Canale 5, in diretta dai Murazzi del Po, fuoco e fiamme, acrobazie robotiche, il Monte dei Cappuccini che sparisce tra i fumi pirotecnici. Macchinine che planano, decollano, ondeggiano sull’acqua. La Cinquecento come la Camaro-Bumblebee, creatura mutante scesa tra gli umani per salvarli dalla catastrofe, carrozzeria potente e parole lungimiranti: “Anche se non lo sai, c’è più di quel che vedi”.

Che ci troviamo in una clima da Transformers lo vedo nel maglioncino nero di Sergio Marchionne; nei quattro elefantoni che si infilano nell’abitacolo come da barzelletta; nelle parole di Piero Chiambretti che desidera un modello color granata come il vecchio Toro (ma non era il testimonial di una casa automobilistica concorrente?); nelle curve della violinista sexy e di Anita Ekberg stile dolce vita. Per non parlare di Marylin Monroe che sussurra Happy Birthday non a JFK ma a un’auto spalmata di panna e cioccolato. Insomma, un esercito di Cinquecento impegnate in metamorfosi zuccherose, incandescenti, ipertecnologiche.

Che spettacolo magnifico, fantastico, grandioso, emozionante! La conduttrice di Canale5 non lesina i superlativi. Certo, sull’ecologia del linguaggio (vedi la crociata di Massimo Gramellini su La Stampa)  c’è ancora molto da lavorare. Ma c’è anche molto da riflettere su tutti questi desideri, passioni, emozioni incarnati in un’auto (vedi l’ecologia del fare ambientale di Walter Veltroni). Che il mercato plasmi l’anima degli oggetti e li trasformi in risorse di esperienza e avventura non è cosa nuova. Però nella Cinquecento si è voluto far entrare proprio tutto: l’amore, il sesso, la famiglia, il viaggio, la cultura, la memoria, la storia d’Italia. Il passato e il futuro. Le ideologie, anche loro risucchiate nei fotogrammi storici delle tute blu ai cancelli di Mirafiori, delle femministe in corteo, di Falcone e Borsellino, tutti nello spot promozionale in onda negli intervalli della diretta televisiva. Immagini in rotta di collisione. Come ci si sente a stare nello spot di un’automobile, verrebbe da chiedere ai due giudici che su di un’automobile sono saltati in aria?

“Anche se non lo sai, c’è più di quel che vedi”.