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Perdere la testa

Perdere la testa

Franšois-Marie Banier

Villa Medici, Roma. Fino al 9 gennaio 2006.

Perdere la testa 2

Cosa cerca la signora coricata sotto un furgoncino davanti al Mc Donald’s di Boulevard de Grenelle? E' infelice il bastardino davanti al set di ciotole vuote? Quale rivelazione per la signora in veletta seduta su una tomba nel cimitero di Limoges? Si confessa la vecchierella in trench, visierina e zainetto sul groppone, inginocchiata davanti al pretino ai piedi del Sacré-Coeurs? Perché se la ride come una cortigiana lussuriosa la grassona seduta in panchina con le gambe spalancate?

Le facce/facciate di Place Pigalle, Montmartre, Champs-Elisées, Gare du Nord sono palle rugose che fanno boccacce, sberleffi, digrignano i denti, stringono l'occhiolino. E ci danno ad intendere il romanzo che hanno dentro. Teste sbieche, oblique, invisibili dietro pacchi e scatoloni nel viavai metropolitano. Teste in gramaglie nell'anniversario della morte di Luigi XVI. Teste strane, sfatte e affascinanti, sgangherate e brulicanti. Ci catturano con un attimo fuggente della loro storia.

Quelle dei quadri parigini di Franšois-Marie Banier sono teste raccolte per strada. La strada con i suoi miscugli, dice il fotografo, è il miglior riflesso di mondo attuale. Banier esce di casa ogni giorno senza un'idea precisa. Nel caos della città vivente, le facce gli sussurrano: “Ho visto dalla tua occhiata, nel guardarmi, che avevi perso la testa, allora dai!”. Perdere la testa, dice Banier, “perché quando osservo una persona, una scena, l'inizio di un movimento, l'ombra di un gesto, un incrocio tra volumi, il mio sguardo viene improvvisamente inghiottito e mi abbandono completamente a ci˛ che vedo, perdo qualsiasi contatto con la realtà, assorbito dalla scena che mi frastorna, mi trasforma, mi trascende, mi invade di piacere, il piacere della vita che cerco di fissare se non addirittura di trattenere per un attimo, prima di tingerlo dei miei sogni.”

Perdere la testa 3

Ancora a zonzo. Ancora il gioco del riconoscimento tra due universi fisionomici. Dentro, nella galleria di Villa Medici, c'è Parigi. Fuori, lungo la passeggiata di Trinità dei Monti, c'è Roma: un tête-à-tête tra le capitali della flânerie. Cosa attira ora il mio sguardo? Qual è la linea di mira dell'occhio? Il panorama dei tetti e delle cupole o il tramonto sulla scalinata di piazza di Spagna? La folla di dettagli o la casualità degli sguardi che mi scorrono davanti?

Uno scatto e via, in mezzo ai turisti. L'espressione indecifrabile della passante giapponese, gli occhi ritoccati della ragazza del portrait, la bocca socchiusa delle bambine curiose, il sorriso dei due amici che leggono una guida della città. E una ragazza in posa mentre la sua nuova immagine sta nascendo sul blocnotes del ritrattista. In primo piano, l'anello d'argento svirgola dal lobo dell'orecchio: come un'interferenza nella scena, un lampo passato di lì per caso, un campo sensibile che risucchia lo sguardo. Ah, la grazia folgorante del punctum, direbbe Roland Barthes! Da perdere la testa.

(31 dicembre 2005)