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Mostramostro

Mostramostro

Federica Giglio

Stazione Termini, Ala Mazzoniana,
dalle 10 alle 20, fino al 24 marzo.
Ingresso libero.

Una donna sottovuoto in una teca di vetro. Capelli raccolti, bocca chiusa, occhi spalancati tra vuoto e paura. E’ seduta scomodamente su uno sgabello con gambe e braccia accavallate, la testa e il petto trafitti da spilloni argentati.

Poco pi in l, un grande tappeto di pigmento rosa fucsia, traforato da 10.000 stuzzicadenti verde smeraldo nei quali sono infilzate altrettante ciliege rosso brillante.

Poi una gabbia dorata chiusa da un lucchetto. Dentro, la donna della teca di vetro. Adesso seduta comodamente, fa colazione in camicia da notte. Un caff, una sigaretta, una scatola di pasticche di litio, un bicchiere d’acqua. Si guarda in uno specchio, rilassata.

Benedetta da Dio

Di fronte, fuori dalla gabbia, una lunga cassettiera di legno con trenta cassetti di tutte le dimensioni. Senza chiavi, con un buco per infilare il dito, aprire e scovarci di tutto. Pennelli, foglie, chiavi, un flauto colorato, un bricco da caff, tovaglie dipinte a mano, soldatini di piombo, una bacchetta magica, un rosario. Un reliquiario di storie vicine e lontane, storie di famiglia e di amicizie in forma di disegni, fotografie, poesie, santini.

In ultimo, un video di 15 minuti. Un reality di immagini, parole, confessioni. E lei, la donna della teca e della gabbia ripresa dalla telecamera nella pasta gelata che la rinchiude poco per volta come un puffo di gesso. E’ Federica Giglio: la donna della teca, della gabbia, del prato, dei cassetti. Lei con le sue depressioni e crisi maniacali, con le pause ironiche e il gioco della memoria.

Un’artista che viaggia su sentieri di solitudine e di condivisione. E che ha voluto raccontarsi visivamente attraverso la malattia di cui soffre, il Disturbo Bipolare o malattia maniaco-depressiva. Una malattia, come lei dice, complice di attimi fortemente creativi e colpevole di abissali silenzi.

Mi piace fare ...

Federica Giglio trasforma il suo mondo, chiuso e aperto tra euforia e disforia, in una discesa in carne ed ossa nella memoria del proprio corpo. Ricorda Christa Wolf e Susan Sontag, la loro riflessione sull’esistenza e sui lati adombrati della malattia, in bilico tra conflitto e accoglienza, tra metafora guerresca e metafora materna.

Come loro, Federica accende il sismografo dei ricordi attraverso la forma del racconto e dell’ascolto. La storia di una malattia, sembra suggerirci, mette in contatto le emozioni di chi racconta e di chi ascolta. E’ gi un abbozzo di cura: ricomporre il passato un modo per ricomporre il proprio s.

Ha ragione, Federica. Pi che una mostra, questo viaggio espositivo soprattutto un mostro. Il mostro era la figura di guardia davanti ad un luogo inaccessibile. Era un avviso, un ammonimento per i coraggiosi che volevano entrare. Un campo di conflitto con soluzioni sempre possibili, aperto su nuovi orizzonti. E per qualche giorno ancora, last minute, in partenza al binario 24.

(19 marzo 2006)