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locandine mostre

Henri Cartier-Bresson. Omaggio a Roma - Ritratti

Museo di Roma, Palazzo Braschi, piazza San Pantaleo, 10. Fino al 29 ottobre.
 

Helmut Newton. 72 ore a Roma

Schenker Culture Club, piazza di Spagna 66. Fino al 15 luglio.

Almeno per un istante, Roma ha sospinto Henri Cartier-Bresson ed Helmut Newton sulla stessa traiettoria visiva, nel tempo elastico del Novecento. E per un istante, i due fotografi hanno affiancato il loro percorso immaginativo, l’uno mettendo “sulla stessa linea di mira la testa l’occhio e il cuore”, l’altro puntando la macchina fotografica, per 72 ore, verso la notte romana, “e quando fotografavo di giorno cercavo di trasformare il giorno in notte”.

Henri ed Helmut si sono incontrati nella Galleria Borghese, tra dipinti e sculture che moltiplicano il gioco delle apparenze, lo rendono morbidamente sensuale, ambiguamente ironico. Henri, appostato  all’angolo di una sala, coglie al volo una piccola schiera di prelati, le spalle rivolte ad un nudo femminile, in contemplazione mistica di un quadro che, ahimé, non ci è dato vedere.

foto Helmut Newton

Helmut pedina un gruppo di turisti culturali nella sala della Paolina Borghese. Si è piazzato alle spalle della scultura, forse per ammirarne la nuca da buon intenditore di figure femminili qual è, ma intanto adesso pare che sia lei, la leggiadra Paolina, ad osservare l’onda incerta di teste che la fissano con impacciata insistenza.

E’ il gioco ironico di ribaltamento tra le parti che ci invita all’eterna domanda: chi è che guarda? chi è ad essere realmente guardato? E’ l’avventura dell’occhio fotografico.

Newton, chiamato nel 1998 da un gallerista romano per catturare i paesaggi della capitale, lavora velocemente, assorbendo immagine dopo immagine, e intanto si inabissa nei ricordi di trent’anni prima, quando era a Roma per le collezioni di alta moda e guardava ai maestri italiani: “Da Antonioni ho preso le strade e gli edifici dei sobborghi romani, la luce, la fantastica qualità del bianco e nero. Da Fellini i paparazzi, le semplici spiagge di Ostia, la bruciante luce del flash nel mezzo della notte”.

foto Henri Cartier Bresson

Il cinema, un’altra linea visiva in comune. Cartier-Bresson lo ha scoperto da ragazzino: i grandi film di Griffith, di Stroheim, La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn, la Giovanna d’Arco di Dreyer gli hanno insegnato a “saper vedere”. Poi, nella Roma di fine anni Cinquanta, lo ha accompagnato una guida d’eccezione, Pier Paolo Pasolini. Forse è stato lui a suggerirgli quei ritratti di ragazzini che si prendono a pistolettate lungo la Corsia Agonale o la bambina “fissata” dal raggio di sole che, come un riflettore, disegna un quadrato di luce sui sampietrini. E’ l’istante decisivo, la vita colta di sorpresa.

L’ultima sfida si gioca tra le tombe del Verano e gli epitaffi del cimitero degli Inglesi: Henri sorprende un pretino in lettura, Newton fissa il rilievo dolente degli angeli mentre un gatto nero si struscia sulla lapide di Keats. Se ne vanno insieme, due anni fa, nel 2004. Uno, tra i disegni a matita e carboncino nella sua casa di Céreste, sulle montagne dell’Alta Provenza. L’altro a Hollywood, tra le lamiere della sua Cadillac, schiantatasi contro un muro sul Sunset Boulevard di Hollywood.

Henri Cartier-Bresson si definiva uno scippatore, un funambolo, un artigliere.

Helmut Newton diceva: “Sono una pistola in affitto”.

 

(10 giugno 2006)