luisellabolla.it - Diario di una telescrivente

Il sito di Luisella Bolla (versione per la stampa)

Archivio >  Periscopio > Whiteread-Merz

 


locandina mostra Rachel Whiteread e Marisa Merz

“Rachel Whiteread” e “Marisa Merz”

Museo Madre, Napoli, Via Settembrini, 79.
Dal 4 febbraio al 1 maggio 2007

www.museomadre.it

Chissà perché una parte dell’esposizione di Rachel Whiteread è stata confinata in una stanzetta del piano ammezzato, poco più di uno sgabuzzino delle scope, vista l’ampiezza degli spazi del Museo Madre. Ci sono arrivata per caso, e dietro la tenda ho trovato le sue casette di bambola, poggiate su tavolini ad altezza di bambino. Cottage e bungalow alti poco più di mezzo metro, illuminati dall’interno come le capanne di un presepe. Facciate che sprizzano l’incanto della vecchia Inghilterra e invitano a varcare la soglia, per spiare camini accesi e bergère confortevoli.

Per vedere dentro le casette della Whitererad bisogna accoccolarsi o, meglio, inginocchiarsi e infilare il naso oltre la porticina, dietro le tendine, infischiandosene dei pantaloni che si insozzano e del fiato sul collo del giovane custode (ma quanti ce ne sono al Madre?!). L’ho fatto, e mi sono divertita un mondo. Il mondo sono le stanze che Rachel Whiteread è riuscita a sistemare nelle sue scatole striminzite: scale in legno e tappezzerie di stoffa, camere da letto e camerette dei bambini, sale da pranzo e sale da bagno. Poltroncine a fiori, specchiere, comò, tavolinetti,  un pianoforte, un lavabo. C’è addirittura una radio, una lavatrice alta tre centimetri, e tappetini di pizzo ricavati dalle sete che racchiudono i confetti delle bomboniere.

Irresistibili case di bambola, ma la Whiteread non si accontenta del pottering, le fa reagire con le foto scattate per strada, in mostra accanto alle casette. Materassi abbandonati, poltrone sfondate, armadi scalcinati e chiusi con il nastro adesivo, vasche da bagno riempite di detriti, pezzi di intonaco, calcinacci.

Oggetti abbandonati che lei raccatta al pari di un robivecchi e porta nel suo studio d’artista. Li immerge nella resina, nel gesso odontoiatrico, usa la fibra di vetro e la gomma poliuretana. Dà loro colore e luce nuovi. Nuova consistenza e duttilità. Viene voglia di toccarli questi oggetti esposti: bisognerebbe toccarli. Sentirne la materia, piuttosto che leggerla sulle targhette esplicative appese alle pareti. Ma non si può. L’arte non si tocca. E i custodi del Madre anche al terzo piano vigilano come in un aeroporto ad alto rischio attentato.

La Whiteread entra negli oggetti fisicamente e mentalmente. Lavora sulla sensazione del vuoto, dello spazio segreto. Poi lo rovescia come un guanto, per farci vedere l’emozione che ha provato.  Entra in un vecchio armadio di legno e lo riveste in gesso di feltro nero per darci l’idea del buio avvolgente: chi non si è mai nascosto in un armadio assaggiando il fascino della paura e insieme della più profonda intimità? Trasforma il vecchio materasso in una gomma duttile e sensuale che conserva le tracce fisiche del corpo che su di esso ha dormito e sognato. Immerge una libreria nel gesso e dal calco salva i profili  irregolari dei volumi e le tracce del loro colore.  Riproduce in resina un vecchio pavimento di legno per rivelare i segni dei passi che l’hanno attraversato.

Il vuoto diventa solido, il negativo positivo. Entrando nei suoi oggetti ed estraendone le tracce di chi li ha abitati, Rachel Whiteread riporta alla luce il riflesso di esistenze ormai lontane. O di sensazioni dimenticate, evocate dai materiali. Come le boules gommose piene di acqua calda, che regalano tepore nelle gelide notti invernali, trasformate in pietre dalla forma levigata e dal colore opalescente.

Nell’altra ala del terzo piano del Madre c’è il lessico familiare di Marisa Merz. Più sommesso, riservato, diafano di quello della Whiteread. Mondi diversi, età diverse (i suoi 76 anni contro i 44 di Rachel W.). Però anche Marisa Merz è andata a recuperare i materiali delle sue case-studio e li ha inseriti nella pratica femminile nel linguaggio artistico. Le possenti travi in legno di un vecchio soffitto dialogano tra un volto disegnato in rosa e oro e lo zampillio di una piccola fontana ricavata nelle pieghe di un foglio di piombo. La rosa del deserto a contatto con l’acqua diventa una ninfea.

Là dove c’era il pieno della scoperta e la descrizione di un vuoto, qui c’è la fragilità dell’esistenza: un’alchimia compositiva di oro e sale, cera e piombo, argilla e ottone. I fili di rame che corrono da una parete all’altra evocano le linee di un telaio e di un pentagramma, un equilibrio precario tra il gesto del tessere e il gesto del comporre. Come a dirci: attente, gli oggetti delle nostre stanze non vanno disposti a lungo, o per sempre, nello stesso modo. Il senso della vita è cambiarli di posto, e riscoprirli. Continuamente.

(14 febbraio 2007)