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Sicko

SICKO

Un film di Michael Moore

USA 2006. In questi giorni nelle sale italiane

Leggo tante belle parole sulle fiction americane. Che sono belle fiction, alcune bellissime. Quelle che non ne perdi una, e che se la sera sei fuori la registri, e poi te la duplichi e conservi in un dischetto, e alla fine ti fai in casa il cofanetto con tutta la serie. Gran parte del fascino dell’america passa attraverso le narrazioni televisive, così come cinquanta anni fa passava attraverso le pellicole hollywoodiane. Conoscevi l’america nei film e poi eventualmente andavi a trovarla.

Forse è così anche per l’Italia? No, non credo che gli americani vedano prima Incantesimo o La squadra o Don Matteo e poi vengano a visitare il Colosseo, il Vesuvio e Gubbio. Piuttosto si guardano i “loro” film sull’Italia, da Vacanze romane al Gladiatore, e poi vengono a compiere la verifica turistica. Così, al massimo, si danno una aggiustatina davanti allo specchio e cercano i leoni nell’anfiteatro romano.

Pensieri sparsi e spettinati, certo. Ma dopo aver visto Sicko, il documentario di Michael Moore sul sistema sanitario statunitense, mi dicevo: in America non mi viene proprio più voglia di metterci piede, né con le fiction né con l’aereo. Nel senso che, se quel piede me lo rompo, rischio di rovinarmi la salute per sempre. A meno di tenermelo rotto e ciondolante fino al rientro in Italia. No, pensavo, i tempi di Sordi che scala il Colosseo per ottenere il diritto di fare il turista a Kansas City sono definitivamente conclusi.

Nel documentario di Moore ci sono pazienti che si ricuciono ferite con ago e filo sul divano di casa o che scelgono romanticamente di farsi riattaccare l’anulare piuttosto che il pollice perché costa 12.000 dollari piuttosto che 64.000. Ci sono americani che emigrano in Canada per curarsi una stipsi e coppie un tempo serene che hanno perso tutto, anche la casa, per curarsi un cancro o un infarto e ora mendicano uno sgabuzzino nella villetta dei figli ingrati. In america, dice Moore filmando le testimonianze degli americani, la salute è un valore economico scritto sul corpo, nelle viscere, col sangue. Il suo documentario andrebbe visto in versione originale per ascoltare dal vivo le voci strozzate dal pianto, le risate sarcastiche, l’urlo rabbioso contro un sistema sanitario privato che prima ti scuce cifre esorbitanti e poi ti nega il rimborso con motivazioni beffarde, che suonano come un insulto alla dignità umana. Un sistema senza volto: nel film le compagnie assicurative parlano solo attraverso le facciate impassibili dei grattacieli postmoderni e qualche rara confessione di ex funzionari e medici pentiti. 

C’è un linguaggio retorico molto americano, in Moore. Non è che mi faccia impazzire. Però lui è un omone irresistibile e spiazzante nelle domande, nei gesti, nelle sue mission: impossible. Eccolo in motoscafo con un gruppetto di volontari che scavando nelle macerie di Ground Zero l’11 settembre si sono rovinati i polmoni e a cui è stata negata l’assistenza medica. Corrono sull’acqua verso Guantanamo: per farsi curare gratis in carcere come i terroristi arabi. Eccolo entrare con la bandiera a stelle e strisce in una farmacia di Cuba e comprare valige di inalatori per i polmoni a mezzo dollaro, invece che a 150 dollari come accade a New York. L’isola del nemico diventa l’orizzonte delle loro speranze, mentre i pompieri castristi si schierano sull’attenti per rendere onore al loro coraggio e al loro spirito di solidarietà.

Sono una veterana di Er. Medici in prima linea, però uscendo da Sicko ho pensato: meno male che la serie è finita. E piuttosto che il doctor House, stasera mi tengo stretto l’ospedale Cardarelli di Napoli.

(14 settembre 2007)