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Vaso di Eufronio

Nòstoi. Capolavori ritrovati

Roma, Quirinale, Galleria di Alessando VII Chigi

Ingresso gratuito fino al 2 marzo 2008

L’azzurro dello studio televisivo gli dona. Lo sguardo del ministro dei Beni e delle Attività culturali lo rassicura. Ce l’ha fatta, è tornato a casa. In una cassa turchese, con il volo Alitalia Az 611, è atterrato giovedì scorso alle 11,20. Un camion a controllo satellitare l’ha trasferito a Trastevere presso il comando dei carabinieri della Tutela Patrimonio culturale. Poi una sosta all’Avvocatura generale dello Stato e un veloce passaggio televisivo a Saxa Rubra, prima della notte in caserma.

Il grande cratere a calice attico risalente al 515 a.C. è di Eufronio, il più grande tra gli artisti del Gruppo dei Pionieri, come furono definiti i primi pittori tardo-arcaici che svilupparono la tecnica a figure rosse. Su un lato del vaso è raffigurata la scena di uno degli episodi della guerra di Troia: la morte di Sarpedonte, eroe figlio di Zeus combattente a fianco dei Troiani. Sull’altro lato del vaso, giovani in atto di armarsi prima della battaglia.

Peggio della pugna troiana c’è solo l’odissea che il vaso ha subito negli ultimi trentacinque anni, da quando nel 1971 fu trafugato in una tomba di Greppe Sant’Angelo, frazione di Cerveteri, e portato a Zurigo, restaurato, acquistato per un milioni di dollari dal mercante d’arte Robert Hecht (ora sotto processo a Roma) e trasferito nelle sale del Metropolitan Museum di New York. E’ rimasto lì fino a domenica scorsa, e fino all’ultimo migliaia di turisti sono corsi per dirgli addio.

Ora è al Quirinale insieme a 67 capolavori archeologici restituiti dai musei americani e inglesi. La mostra s’intitola “Nòstoi”, come i poemi che narravano il ritorno degli eroi dalla guerra di Troia e i lunghi perigliosi viaggi per riguadagnare la patria lontana. “Belli senz’anima” ha definito Rutelli questi capolavori, perché privati della loro identità non raccontavano più nulla della loro provenienza e dei loro contesti. “Furti di memoria”, gli fa eco Louis Godart, professore di micenealogia e consigliere culturale del presidente Napolitano.

Ma se potessero parlare, che cosa racconterebbero la statua imperiale di Vibia Sabina moglie di Adriano, il gruppo del Trapezophoros in marmo asiatico con i due grifi che sbranano la cerva, l’antefissa con Sileno e Menade danzanti, il kantharos con maschera dionisiaca? In ognuno di loro abita una seconda storia, una storia clandestina con spazi e personaggi degni di una spy-story. Il vaso di Eufronio, ad esempio, nasconde viaggi a Beirut presso antiquari libanesi, contatti in Villa Pepoli a Roma, passaggi a Milano e da lì in Svizzera, dai trafficanti di Ginevra, Zurigo, Lugano. Diplomazia, mercanti internazionali, una filiera di truci tombaroli e di astuti ricettatori che vendono le statue etrusche a lotti: prima il torso e la testa, poi in un secondo tempo “la grande occasione” per completare il pezzo con altri reperti fortunosamente rinvenuti. E i musei che forse ci marciano: Marion True, ex direttrice del Getty, ha avuto difficoltà a spiegare alla magistratura alcuni acquisti di opere.

Tra questi, il rivendicato atleta di Lisippo, al momento ancora al Getty, protagonista di scappatelle per nulla innocenti. Nel settembre 1964, la statua in bronzo si impigliò nelle reti del peschereccio Ferruccio Ferri, comandato da Romeo Pirani. Sotterrata in un campo di Carrara di Fano, poi rivenduta per 3 milioni e mezzo di lire, fu portata a Gubbio. Tre famiglie più un sacerdote finirono sotto accusa, e furono assolte solo perché nel frattempo la statua era scomparsa e quindi impossibile accertarne il valore artistico. L’atleta invece era migrato in Brasile insieme a forniture mediche, poi qualcuno lo vide a Monaco. Nel 1977, per quattro milioni di dollari, approdò nel museo californiano.

Riusciremo a farcelo restituire? E riusciremo a toglierci l’abitudine di nascondere sotto il letto valige zeppe di olette, boccali, lucerne come ancora fanno insospettabili impiegate di Ardea e pensionati dei Parioli?

C’è chi si pone domande più poliedriche, come Kwame Anthony Appiah, professore di filosofia all’Università di Princeton, che contesta il concetto di cultura come patrimonio nazionale. Per lui, l’atleta di Lisippo dovrebbe restare al Getty. “Sento l’espressione ‘patrimonio culturale italiano’ o ‘eredità nazionale’ e immagino gli artisti greci o etruschi rivoltarsi nelle tombe. Stiamo parlando di oggetti creati prima delle nascita delle nazioni moderne da persone che non si sentivano certo cittadini italiani. Magari si ritenevano culturalmente greci o romani, ma se glielo avessi chiesto probabilmente avrebbero detto di essere ciprioti, o ateniesi”. Se ci fissiamo sulla territorialità, sostiene Appiah, i musei romani dovrebbero restituire tutti i reperti provenienti da Grecia, Egitto, Libia; invece al limite bisognerebbe restituire le opere che possono tornare a significare nel contesto originario, come i marmi del Partenone oggi al British Museum, ma solo perché hanno più senso ad Atene e non perché fanno parte del patrimonio culturale greco. Insomma, dovremmo sentire le opere come un patrimonio dell’umanità e non per un’appartenenza patriottica.

Questioni di etica e di identità in una società sempre più cosmopolita. Nel frattempo Rutelli assolve il suo “obbligo morale, scientifico e politico” restituendo all’ambasciatore iraniano una trentina di manufatti archeologici ritrovati dal Comando Carabinieri tutela patrimonio culturale di Monza sulle bancarelle di un mercatino di antiquariato. In nome della convivenza pacifica nel rispetto delle diversità.

(21 gennaio 2008)