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Schifano

Schifano 1934-1998

Gnam. Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma

Fino al 28 settembre 2008

www.gnam.beniculturali.it

Vale la pena organizzare la visita alla mostra - la più grande mai dedicata a Schifano, a dieci anni dalla morte – come una piccola crociera, una traversata con scali in isole artistiche che portano avanti e indietro nel tempo, nella pittura e nella scultura dell’Otto e del Novecento. La Gnam è uno straordinario arcipelago di collezioni, e ad un passo dalle grandi tele di Schifano si incontrano Il giardiniere di Van Gogh, le Ninfee di Monet, il Giuseppe Verdi di Boldini, le cronache mondane della vita parigina di De Nittis. Poco più in là, le acrobazie di Ercole e Lica del Canova, il mantello da maestro Jedi di Giordano Bruno - modello del monumento in bronzo a Campo de’ Fiori - l’oro assoluto degli sfondi di Previati. E’ solo l’inizio, si riparte con la fontana-orinatoio di Duchamp e si  arriva a specchiarsi nei Visitatori di Pistoletto, e mancano ancora Picasso, e il ronzio dei colori di certi De Chirico riprodotti mille volte e mai ascoltati dal vero. Una scoperta ad ogni sala, nonché la soddisfazione di ottimizzare il costo del biglietto, 9 euro, che in questi tempi di salasso non è cosa da poco.

Il cammino a zig zag nella Galleria riporta sempre nella mostra antologica di Schifano e al suo mondo di immagini: “Le cose che esprimo le ho dentro di me e le immagini televisive mi aiutano a tirarle fuori”. Fin dal 1960, nei quadri monocromi la pittura diventa schermo, azzeramento, punto di partenza, dove inserire marchi, cifre, lettere, segnali stradali. Nel 1970 Schifano riporta su tela altre immagini televisive - l’ora esatta e la serie di paesaggi tv - con la tecnica dell’emulsione fotografica e la cornice dagli angoli arrotondati che evoca il grande televisore Geloso. Paesaggi tv come segnali della contemporaneità: non è la cultura della tv che lo interessa, o i suoi contenuti, ma la cultura che si sviluppa a partire dall’immagine televisiva, quella che si impregna di corpi, facce, scritte in sovrimpressione, il linguaggio in movimento su cui Schifano interviene con sbavature e colature, smalti lucidi e industriali, emulsioni. Costruisce televisivamente l’era nucleare e l’omaggio a De Chirico. Gli interessano temi e soggetti di forte coinvolgimento emotivo: la natura, la salute del pianeta, le guerre, i rifugiati, l’infanzia.

E poi c’è quel paesaggio anemico del 1968, la sala da pranzo romana di casa Agnelli, palme, stelle, cavalli: 20 metri di sogni e parole che negano la linearità a favore della libertà nello spazio. Parole nomadi, per leggerle devi torcere il collo, rovesciare gli occhi, percorrere la lunghezza della parete: “ma io mi mettevo un dito sulla bocca, come per dirle di serbare il silenzio su questo grave problema, di cui non volevo farle capire gli elementi, per non colpire, con una sensazione eccessiva, la sua immaginazione infantile, e m’affrettavo a sviare la conversazione da quell’argomento, penoso da trattare per ogni essere appartenente alla razza che ha esteso il suo ingiusto dominio sugli altri animali della creazione”.   

Del 1993, gli oltre cinquecento fotogrammi che formano un unico schermo fitto di personaggi politici, star, giornalisti, sigle televisive, senza soluzione di continuità, solo materiali vivi per pensare, riflettere, creare, per riportare al figurativo quello che è informe e ridurre ad informe l’immagine troppo realistica. Con la rapidità di una Polaroid.

Un po’ marziano e un po’ inviato speciale nella realtà, Schifano. Nell’ultimo quadro della mostra, la tv diventa un monolite nero con qualche pennellata di azzurro e indaco. Fa pensare allo scorcio del Colosseo e al condominio di Ballard. Un televisore senza immagini, non più finestra del mondo, forse creatura carnivora. Mario Schifano muore qualche mese dopo, il 26 gennaio 1998.

(05 agosto 2008)