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copertina del libro

Sergio Lambiase

Terroristi brava gente

Marlin, Cava de’ Tirreni, 2005, pp. 151, 12 euro

Primi anni Settanta. Febo precipita nel gioco cosmico dell’esplosivo. Un gioco di esplosioni e di implosioni. Circondato da una corte di apprendisti stregoni in assoluta buona fede, sfigati, velleitari, che alla fine saranno vittime del proprio terrorismo. Che non ammazzano, ma sono ammazzati dalle proprie bombe. Terroristi napoletani, questi GAM (Gruppi Armati Meridionali) che vogliono liberare i malati mentali del carcere psichiatrico di Aversa e finiscono per aprire i recinti e liberare invece le bufale da latte di Santa Maria Capua Vetere “per sottrarle al loro ingiusto stato di detenzione e di esclusione”.

Esplosione/Implosione: in che tempo ci troviamo? Le lancette non indicano date, eventi, azioni, anche se ci sono corrispondenze precise con la realtà dei fatti storici (ma solo tre anni indicativi in tutto il romanzo: intorno al ’73, poi il ’75, e infine il ’79, con l’omicidio Moro). Le lancette si dispongono invece sull’“impervio sentiero dei ricordi”. Un piede dentro e un piede fuori gli eventi reali.

Ma il tempo di Febo non è galantuomo, non restituisce il maltolto: è un tempo viscerale che ha la forma di un bugliolo. Seduto sul trespolo maleodorante, tra veglia e sonno, Febo ascolta il tic del timèr, un respiro interiore che mette in moto il flashback. Come in un film, come in una fiction, l’espediente della narrazione circolare dovrebbe aiutarlo a fare i conti con il suo passato. Come un film, come una fiction: però non ci troviamo esattamente sul set de La meglio gioventù. Non c’è melò, non c’è sentimento, non ci sono emozioni enfatizzate, non ci sono neanche eventi incalzanti. Il timèr di Febo batte il tempo della noia: “La banalità del vivere in covo, con l’accidia che le era sorella”, “Guardavamo sempre l’orologio e il lento procedere delle lancette, diciamo la corrosione del tempo”.

Corrosione, un fiume carsico che porta con sé le scorie di quegli anni, cristallizzati in un sistema di oggetti, gesti, abitudini oggi spariti (saltati in aria anche loro?). Dal fumo (“fumavano tutti, con le dita gialle di nicotina, più delle ciminiere dell’Italsider”) ai ferri del mestiere (registratore Geloso, altoparlante, ciclostile, chiavi inglesi), dai mezzi di locomozione (la scassarola e la bianchina colma di volantini e manifesti) ai 45 giri, dall’Eskimo alle scritte sui muri (“Dio c’è”).

Un tempo figurato. Tempo da bere, niente whisky (troppo cinematografico?) ma tanti alcolici da Carosello (l’infilata di Cynar, Strega, Amarilucani e Cedratatassoni disposti bellamente sul carrello dei salotti piccoloborghesi). Tempo da giocarsi a carte: a tressette, durante i sequestri, con i sequestrati.

Il problema di questi terroristi è come ammazzare il tempo. “Mica è avventurosa la vita di un terrorista”, tutto ci parla di routine: come forma di mascheramento e come destino personale. Chi sta fuori deve vedere la normalità, chi sta dentro deve specchiarsi nella normalità. Con reciproche rassicurazioni. E allora, che fare? Arredare il covo, fare bucati, ripulire fornelli, stirare camicie e riparare spine della luce difettose. “Era quello il vero tirocinio rivoluzionario, altro che lubrificare mitragliette o trafficare con l’esplosivo”. Un mondo tappezzato di normalità. Che si nasconde nella normalità, che vive di normalità.

Altro che meglio gioventù! In maniera ben più corrosiva, Sergio Lambiase ci fa vedere i terroristi come casalinghe disperate, desperates housewifes del tempo che fu. O come i concorrenti dei reality show, in cattività nella casa del Grande Vecchio, alias Grande Fratello degli anni di piombo.

Un gioco di facce-facciate dall’aspetto inquietante, ma anche terribilmente umano. Che apre squarci sulla contemporaneità: come non pensare ai terroristi arabi che alla vigilia dell’11 settembre fanno rafting in canoa? Il parossismo dello sport estremo ci riporta alle metamorfosi di Febo che balla il tango con la sequestrata: “Ci solleticava l’idea di ballare sull’orlo dell’abisso, tipo passeggeri del Titanic”. O ai ciechi di Bruegel del Museo di Capodimonte, in un gigantesco tragicomico autodafé.

Febo camaleonte, Febo che cambia pelle, Febo che cambia identità, ma sta sempre da tutte le parti. Febo appartiene alla genìa di quelli che “a volte ritornano”. Come un personaggio seriale. Perché a sfogliare i precedenti romanzi di Sergio Lambiase sembra già di vederlo, Febo. Come se fosse già stato guida turistica (Memorie di una guida turistica, 1992) funzionario comunista (CGDCT, Come giustamente diceva il compagno Togliatti, 1997) poeta (Allegri suicidi, 2003). Un po’ Forrest Gump, un po’ Zelig, un po’ Solito Ignoto. Come se il suo autore aggiungesse ogni volta qualcosa allo stesso protagonista. O come se al protagonista del nuovo romanzo restasse attaccato un pezzetto del protagonista del romanzo precedente. Riletti in chiave seriale, i romanzi di Sergio rivelano spie linguistiche e narrative nelle canzoni, nelle esclamazioni, nei luoghi, addirittura nelle anticipazioni dei comportamenti dei personaggi. “Che succede qui fuori?”, chiede Canio in CGDCT. “Ci si ammazza. In che mondo vivi?”.

Vecchi come il mondo, i meccanismi della serialità, ma Sergio Lambiase li usa a modo suo: con la robusta zattera della scrittura e un kit di sopravvivenza fatto di consapevolezza, humour, corrosività, umanità. Alla ricerca di avventure che, ovemai arrivino, colgono il suo personaggio impreparato, stralunato, fuori luogo. C’è sempre qualcuno pronto a dargli un calcio negli stinchi per ricordargli la sua inadeguatezza. Che è, invece, un punto di forza della sua coscienza inquieta. Di uno sguardo che, distrattamente, insegue l’orizzonte. E diventa riflessione sullo stare al mondo.

(9 aprile 2006)