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Copertina libro

Marina Petacco

Il teschio e la clessidra

Marlin, 2006, pp.147, 12 Euro

24 ottobre 1656. Notte fonda. Una palazzo di via Urbana, a Roma. Il maestro Francesco Giuseppe Borri è in fuga. I gendarmi di Alessandro VII hanno invaso la sua casa, stanno frugando dappertutto. Ma c’è un passaggio segreto. Una porta che conduce nei cunicoli della città, verso la salvezza. Almeno per ora.

Tre secoli e mezzo dopo. Una fredda mattina d’inverno. Un palazzo di piazza Campitelli, a Roma, nel ghetto ebraico. Un corpo con la testa fracassata. Un cadavere ancora caldo in mezzo a libri, scatole, bottiglie, pergamene, monete, gingilli. E una collezione di nature morte: le vanitas, dipinti cinque-seicenteschi che mescolano fiori, monete e corone d’alloro a teschi, candele consumate e clessidre. Simboli della frivolezza umana e simboli della fuggevolezza delle cose terrene. L’attimo e il ricordo. Il momento e il memento. Memento mori.

Su questo scambio della linea del tempo, il binario del presente incontra il binario del passato.

Un caso di cronaca nera, dal carattere sensazionale, e una vicenda che riemerge dal passato, dal carattere esemplare. Con una coppia di fantasmi realmente vissuti in quel passato: l’alchimista Francesco Giuseppe Borri – una sorta di Cagliostro del XVII secolo in fuga tra le corti di mezza Europa – e la pittrice Elisabetta Sirani, figlia di un collaboratore di Guido Reni, la cui morte è avvolta nel mistero. Una coppia inseguita da un’altra coppia: Michele Carrini, giovane commissario di polizia e Cristina Deuìscher, bellissima assistente del conte assassinato.

E’ il doppio incontro tra un quadro e un diario perduti nel tempo, tra l’immagine e la parola da decifrare, tra la toponomastica concreta, rocciosa della capitale e la deriva fascinosa, sentimentale della città. 

Non si finisce mai di scoprire Roma, dice Cristina, e conduce il commissario dal luogo del delitto al genius loci della città. La capitale si trasforma in un bosco narrativo, un bosco che possiamo attraversare velocemente per vedere come la storia va a finire o nel quale possiamo decidere di passeggiare, e scoprire piaceri e pericoli dello sperdersi.

E’ quanto fa il segugio Carrini, che dovrebbe mettere a fuoco il caso delittuoso, risolverlo rapidamente, prendere l’assassino e via. Invece, inseguendo il crimine, viene inseguito dai ricordi: una foresta di ricordi che ha il suono della voce del padre, il ritmo delle canzoni amate, il battito del suo cuore innamorato.

Così va a finire che le tracce dell’assassino svaporano nelle distraction di Cristina, e il cerchio si chiude nelle isole del silenzio dove il caos della metropoli è vicino e lontano: il cimitero acattolico del Testaccio, con le sue lapidi fuori dal tempo; l’Orto Botanico a Trastevere, dove parlano solo il suono della cascata e il colpo di cannone del Gianicolo; il quartiere Coppedé che sembra un paese irreale con il suo bric-à-brac di stili architettonici.

Carrini, esperto nell’arte del delitto, scopre le corrispondenze tra la ferocia criminale e l’esasperazione della forma artistica. Un sistema di orientamento emozionale in cui il luogo del delitto veste la ridondanza del barocco e l’inquietudine del gotico, dove l’arte e l’architettura sono categorie fantastiche dominate dal nero e dal giallo.

Hanno voglia, il telefono giallo di Corrado Augias e le sagome azzurrognole di Carlo Lucarelli a richiamarlo all’ordine. I sentieri del bosco continuano a incrociarsi, a complicarsi. Dove, come imparare ad attraversarli? si chiede il commissario Carrini. Che accetta questa iniziazione all’arte del silenzio, e ne interroga i segni, i significati. Fino a convincersi che, anche là dove c’è una risposta, forse è bene, è meglio, lasciar spiccare il volo ai segreti, o accettare che siano portati nella tomba. Tenendo per sé solo i ricordi.

E qui l’autrice si ferma, lasciandoci sulla scia di altre domande: sul dilemma tra scienza e morale, etica ed estetica, esoterimo e soprannaturale, arte e magia.

Finito il piacere dell’attesa, ora ci spinge al processo di verificazione, dalla topografia finzionale alla topografia reale. Ci invita al gioco dei passi perduti, quello che migliaia di turisti stanno facendo in questo stesso momento al Louvre del Codice da Vinci e nella piazza del Popolo di  Angeli e demoni.

via sforza 44

Così, anch’io parto per il tour Teschio & clessidra. Iniziando, come il commissario Carrini, dal palazzo di piazza Campitelli, là dove il vento del delitto si infila nel tunnel del tempo. Fino al colpo di scena, a via Sforza quarantaquattro, la stazione di termine corsa. Una salita a senso unico, i soliti cassonetti dell’immondizia, un palazzotto disabitato. E un portoncino chiuso con un lucchetto. Transennato. Invalicabile.

E’ proprio qui che vuole portarci Marina Petacco: sulla soglia di un mondo che, anche nella geografica fisica della città, si svela solo all’immaginazione. Si chiude una porta e si apre un portone. Come in una dissolvenza incrociata, quest’uscio sprangato apre un nuovo varco nei ricordi.

Un portoncino quasi uguale, a Via Margutta 33, dove una sera si presenta il professor Edward Forster/Ugo Pagliai per incontrare il pittore Marco Tagliaferri. Invece gli apre l’evanescente, misteriosa Lucia/Carla Gravina. Il pittore è morto da un secolo, ma un oggetto misterioso continua a tessere le sue trame: il Segno del comando. Nello sceneggiato televisivo di Flaminio Bollini e Giuseppe D’Anza,– con quel “din don amoreee” che nel 1971 fu il tormentone di milioni di italiani – era protagonista una Roma ineffabile, che metteva sottosopra i piani spazio-temporali e sotto torchio i meccanismi narrativi della suspence.

Come nel Segno del comando, anche in Il teschio e la clessidra l’incontro con la città è una cerimonia di iniziazione. E dietro a quelle porticine chiuse si aprono i misteri di una realtà che non spiega, non chiama ad un finale a senso unico, ma pone altre domande che chiedono di essere ascoltate. Inquietudini e ambiguità del presente, piccoli misteri dell’esistenza. Una risposta sensibile, disarmata alla macchina bellica di Dan Brown e ai suoi complotti destinati a sconvolgere il mondo.

(05 agosto 2006)