luisellabolla.it - Diario di una telescrivente

Il sito di Luisella Bolla (versione per la stampa)

Archivio >  TeleObiettivo > Gomorra

 

Copertina libro Gomorra

Roberto Saviano

Gomorra.
Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra.

Mondadori, Milano 2006, pp. 331. Euro 15,50

Dove inizia, finisce e ricomincia il racconto di Gomorra?

Roberto Saviano cammina, pedina, intercetta. Va nei capannoni della periferia napoletana dove la manodopera cinese lavora sulle grandi griffe. Nelle piazze dello spaccio di Secondigliano tra i giovanissimi pusher che comunicano le postazioni con piantine e cellulari. Segue le faide con una radio capace di sintonizzarsi sulle frequenze della polizia e arriva con la sua Vespa sul luogo dell’agguato più o meno in sincrono con le volanti. E’ vicino ai corpi prima delle autoambulanze e fissa gli ultimi momenti di vita di chi si sta accorgendo di morire. Vede l’orrore e ne ricava “una sola certezza, un pensiero tanto elementare che rasenta l’idiozia: la morte fa schifo”.

Saviano corre, forte, sempre più forte. Sente il sangue visto a terra dentro di sé, lo risente nel corpo.

Prende un treno. Napoli-Pordenone. Cerca un posto. “Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli… Riflettere se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafora, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura”. Sulla tomba di Pier Paolo Pasolini, a Casarsa, Saviano pronuncia il suo “io so e ho le prove”.

E con la lama della scrittura disegna il tracciato cardiografico ed encefalografico della criminalità campana. Economia e sogno. Cuore e cervello. Impero della finanza e modelli, simboli, icone che marchiano l’immaginario del Sistema.

Ne esce un racconto inquietante di stili, posture, espressioni che pescano a piene mani nel cinema e nella televisione, che trasformano le immagini in mitologie d’imitazione. “Non è il cinema a scrutare il mondo criminale per raccoglierne i comportamenti più interessanti. Accade esattamente il contrario”. 

Gli eroinomani sono Visitors come i personaggi del telefilm degli anni ’80, così chiamati perché fanno da cavia umana per sperimentare i tagli della droga. Pikachu è un ragazzino in giubbotto antiproiettile biondo e chiatto come il personaggio dei Pokemon, e al collo porta un lettore Mp3 con la raccolta di canzoni d’amore che i killer ascoltano quando vanno ad uccidere. Le guardaspalle di Immacolata Capone guidano una Smart gialla, hanno magliette gialle, montatura degli occhiali da sole gialla: la stessa tonalità di giallo della tuta da motociclista che Uma Thurman indossa in Kill Bill di Quentin Tarantino.

I ragazzini ripetono i dialoghi de Il camorrista di Giuseppe Tornatore. Pronunciano brani della Bibbia come il killer di Pulp Fiction. Vanno a farsi ammazzare con in mente Quei bravi ragazzi, Donnie Brasco, Il Padrino.

I boss seminano tracce di potenza nelle loro ville coi capitelli dorici, il doppio timpano, le vasche principesche, uguali a quella di Tony Montana, il gangster cubano del film Scarface.

Quando la tv arriva a Scampia, i ragazzini si fanno fotografare accanto a un cameraman che tiene in spalla una telecamera con in evidenza il logo della CNN. “Gli stessi che stanno da Saddam”, ridacchiano a Scampia. “Ripresi da quelle telecamere si sentono trasportati nel baricentro del mondo”.

In terra di camorra, lavorare come garzone, cameriere o in un cantiere è come un’ignominia. Il Sistema concede l’illusione che ci sia la possibilità di far carriera. Questi ragazzini, dice Saviano, non hanno più in mente di diventare Al Capone. Il loro eroe è “Flavio Briatore, non un pistolero, ma un uomo d’affari accompagnato da modelle: vogliono diventare imprenditori di successo”.

Dove inizia, finisce e ricomincia il racconto di Gomorra?

In questi giorni, ho visto i commessi dei megastores trasportare sulle spalle decine di casse di Gomorra e costruire con le pile dei volumi una specie di percorso minato. Ho letto nei forum le discussioni degli scrittori su un prima e un dopo Gomorra: letteratura dell’impegno, letteratura di denuncia, sì o no? Le parole di Roberto Saviano sono soppesate, pagina dopo pagina, nel carcere di Poggioreale e verificate dagli imprenditori edili del napoletano. Alcune scuole l’hanno adottano come libro di testo. Su un muro, in terra di camorra, è stata affissa anche la sua foto, dolente, come un santino. E lui è un’ombra, al momento. Sotto scorta.

(26 dicembre 2006)