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Copertina libro

Beniamino Placido

La televisione col cagnolino

il Mulino, Bologna 1993, pp. 134.

E’ un librino di quindici anni fa, uno di quei libri che nascono felici fin dalla dedica: Alle mie sorelle, che guardano la televisione; senza fare tante storie. Beniamino Placido lo pubblicò poco dopo aver lasciato la rubrica di critica televisiva su “Repubblica”, forse la più originale rubrica dedicata alla tv, per otto anni tra gli Ottanta e Novanta, trenta righe quotidiane imperdibili: andavi a leggerla sorvolando i titoloni di politica interna. Placido entrava e usciva dai programmi del giorno prima come se entrasse e uscisse da un bar, giusto il tempo di un caffé e di cambiare le carte in tavola. Scopriva sempre un dettaglio, un prolungamento, una deriva, e la televisione diventava una turbina da cui ricavare energia intellettuale, cibo per la mente e divertimento.

Ha fatto pochi programmi per la Rai, Serata Garibaldi, Serata America, e chi ha avuto la fortuna di vederli credo ricordi quegli oggetti che improvvisamente tirava fuori come un prestigiatore dal cappello, per spiegare, accompagnare, porre domande agli ospiti. Correlativi oggettivi, chissà se l’ha mai usata questa parola, Placido in tv riusciva a non usare mai parole che implicassero conoscenze specialistiche, che non fossero di immediata comprensibilità, eppure il suo lessico era ricco, immaginifico e lieve come quello di un cantastorie. Un gioco di rimandi letterari con improvvise impennate inventive.

Ora non scrive da tempo, non partecipa più a trasmissioni televisive, né rilascia interviste per la radio, ha lasciato da anni anche la pagina del “Venerdì” di Repubblica. E’ una delle figure di riferimento che mi manca di più. Così, ogni tanto tiro fuori questo libro dallo scaffale ad altezza di naso – sta tra quelli di pronto intervento, tra i livre de chevet, volumi da capezzale. Lo apro e trovo sempre una frase, una parola, un punto di domanda dal quale, col quale, ripartire.

Placido accantona l’idea che la televisione sia buona o cattiva, che faccia bene o male, che vada esaltata o buttata via. La tv non è la provvidenza o la catastrofe. La tv è la nostra coscienza inquieta. Per cercare di capire come funzioni tira in ballo Cechov, perché nel racconto La signorina col cagnolino il grande scrittore russo sembra parlare proprio della televisione e del nostro rapporto - contraddittorio - con essa. Comincia un viaggio appassionato e umoristico in compagnia dell’homo televisivus, dell’intellettuale convenzionale che parla male della televisione (“almeno una volta al mese, almeno una volta alla settimana. Possibilmente, su un settimanale”) e del codazzo di professoresse che temono il deleterio effetto della televisione sui ragazzi. Gli stessi che un secolo prima facevano la lavata di capo ai bambini divoranti i libri: oziosi, perdigiorno, fantasticatori, passivi, in nome della conversazione (“ma dove stava?”) e poi attribuivano la violenza, la dannosità fisica, la scemenza al cinema e alle immagini in movimento. Adesso inveiscono contro la televisione. Ma la tv non è diabolica, è limitata, dice Placido. “Ci sono dei livelli di realtà cui non si accede tramite la televisione. Cui si accede con altri mezzi. Le tortuosità desiderose delle nostre viscere; della nostra povera, ma rispettabile psicologia”. E qui, a pagina 96, l’indulgenza  cede il posto al racconto drammatico e severo, proprio come accade ne La signora col cagnolino di Cechov, che Placido attraversa fino al finale, un finale tutto d’un fiato, senza ‘a capo’. Un finale curiosamente aperto, instabile. E’ l’orizzonte che Placido ci indica, il testimone che ci porge. “Talvolta ci sembra di aver capito l’essenziale. Non è così. Come nel racconto di Cechov, il più difficile, il più complicato è appena cominciato”.

Se trovate questo libro sulle bancarelle, compratelo di corsa. Cercatelo in biblioteca. E se il Mulino decidesse di ripubblicarlo, magari quest’autunno: per favore, la prima copia la invii al Consiglio di Amministrazione della Rai, qualsiasi esso sarà. Ricominciare da Cechov e da Beniamino Placido sarebbe una svolta. Diciamo, la speranza di una svolta.

(5 agosto 2008)