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Il Giornale di Vicenza

martedì 11 gennaio 2005 cultura pag. 29


Com’era bella la tv del «paleolitico»
Intervista a Luisella Bolla, esperta di comunicazione e autrice di un saggio che ripercorre i tempi d’oro del piccolo schermo in Italia, quando proponeva sceneggiati tratti dai grandi romanzi del passato

Quando il video in bianco e nero regalava momenti di autentica commozione

Dove sono andati a finire la voce profonda di Alberto Lupo, il cielo immoto di E le stelle stanno a guardare e la malinconia della Cittadella, il volto intenso di Ugo Pagliai e i lamenti della Baronessa di Carini, Walter Bencivegna e i suoi atteggiamenti da dandy, Manfredi-Geppetto, Sandokan e il tenente Sheridan, dove sono, in quale banda dell'etere si sono persi per sempre? E che fine hanno fatto "l'uovo sodo di Maigret consumato in solitudine con Madame Louise davanti alla cena fredda? E le sorelle Materassi che sospirano pensando al bel nipote Remo mentre cuciono e scuciono ? Lazzaro Sacerni molinaro del Po? I Fenwick idealisti e sfortunati che muoiono in miniera e i Barras padroni odiosi che signoreggiano nel salotto gozzaniano? Le micidiali Frecce Nere che combattono i soprusi di sir Daniel Brackley ? Le magliette dolcevita sotto le giacche a losanghe di Archie Goodwin, braccio destro di Nero Wolfe? I fatidici ventidue minuti di faccia a faccia tra Ivan e Alioscia Karamazov ?"
Così si domanda con sentimenti critici (per l'oggi) e nostalgici (del passato) Luisella Bolla, studiosa dei mezzi di comunicazione, in un saggio che indaga nel paleolitico televisivo del bianco e nero, quando la fiction non si chiamava ancora fiction ma sceneggiato e teleromanzo, e la scatola magica regalava momenti di autentica commozione alle famiglie riunite intorno al piccolo schermo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, gli anni del boom economico. Un libro che, come mi dice la sua autrice, "non vuol essere scientifico, sistematico, sociologico e semiologico, ma è scaturito soltanto dalla voglia di raccontare, di compiere un viaggio alla riscoperta della nostra vecchia TV".
Incantesimi. Alice nel paese della fiction (Vallecchi, 270 pagine, 19,00 euro), infatti, è il racconto di un'epoca in cui registi come Vittorio Cottafavi, Anton Giulio Majano, Edmo Fenoglio, Mario Landi e Sandro Bolchi, adottando le formule della letteratura popolare dell'Ottocento, mescolarono il gotico, il noir, il melò, il poliziesco e il picaresco con apprezzabili risultati. Quei feuilletons furono gli antenati delle soap-opere tipo Beautiful o Sentieri. Domando a Luisella Bolla quale differenza sostanziale ci sia fra i vecchi sceneggiati e l'odierna fiction.
"Gli sceneggiati, appartenenti al paese in bianco e nero della televisione, alla TV pedagogica degli inizi, raccontavano il mondo del passato e scorrevano sui ritmi dei romanzi da cui erano tratti, avevano come corrimano la letteratura, camminavano su e giù nella storia col sostegno dei grandi romanzi dell'Ottocento. La fiction di oggi, invece, composta di telefilm, soap-opere, telenovele, è un tessuto complicato, un'unica grande storia che sembra avere scopi più 'salvifici' e sociali, che ci addita modelli e si aggiusta sulle nostre emozioni come una gelatina. All'opposto di quanto avveniva con gli sceneggiati, che procedevano di domenica in domenica e dunque presupponevano attese più lunghe, oggi c'è un flusso incessante di racconti che ci trascinano e che addirittura si sono insediati nel nostro linguaggio, nel nostro modo di parlare quotidiano."
- Ma cos'è cambiato nel modo di confezionare uno sceneggiato o una soap-opera ?
"Tecnicamente molto, sostanzialmente nulla. Si continua a esercitare un incantamento sugli spettatori con storie che s'ispirano al feuilleton e alla letteratura d'appendice, e nelle quali si mescolano le regole dello star system, le attuali ideologie, nuovi valori e nuove mode."
- Lei fa dell'ironia, nel libro, descrivendo la giornata di una casalinga che si affanna per non perdere mai gli appuntamenti con le varie soap-opere che ogni giorno affollano i palinsesti televisivi. Non le pare che in qualche caso si sconfini nell'ossessione ?
"Sì, ci sono donne che si alzano alle sei di mattina per vedere Esmeralda, più tardi fanno la spesa di corsa per arrivare in tempo all'appuntamento con Vivere, poi pranzano in perfetta sincronia con Beautiful e lavano i piatti davanti a Cento vetrine. Quando va in onda Sentieri, infine, stirano. Il fatto è che, nella routine giornaliera, queste soste sono momenti di puro piacere e di relax. La fiction è anche il piacere del già noto, è un gioco di conferme e di rassicurazioni su quello che siamo, una regressione allo stato infantile. Al mercato mi sono imbattuta in due signore che si contendevano il fruttivendolo per essere servite prima e così poter tornare in fretta a casa, perché entrambe non volevano perdere l'appuntamento con una soap-opera. C'è qualcosa di grottesco in questo quotidiano interagire tra realtà e finzione. Spesso mi è capitato di ascoltare delle persone che discutevano su qualche aspetto di una fiction televisiva come se fosse stato realtà, come se i fatti e i personaggi di quella storia immaginaria appartenessero realmente alla loro vita. "
- E' questa forse la cosa che colpisce di più, osservando i patiti di questi spettacoli : il fatto che ne parlino fra loro, quasi confondendo realtà e finzione, arricchendoli di commenti, emozioni, previsioni. Non è un nuovo modo di raccontarsi favole, di costruire poemi corali ?
"Uno studioso ha definito la fiction 'parlato circolante', ossia una narrazione quotidiana che si trasforma in nuovo racconto attraverso la nostra narrazione. Tutto s'ingigantisce, quello che si è visto sul piccolo schermo diventa qualcos'altro, soprattutto condivisione. Un modo di raccontare che appartiene molto alle donne, al linguaggio femminile, che si tratti di chiacchiera, pettegolezzo o confidenza. E' un rifugio, una stanza che le donne si ritagliano solo per loro. Prima dentro la fiction e poi fuori, nel racconto dei racconti."
- Ma anche un personaggio illustre come il presidente Carlo Azeglio Ciampi di recente ha lodato una fiction.
"Sì, quella che ha raccontato l'eroismo di Salvo D'Acquisto. Perché abbiamo fame di indicazioni, di valori, e allora anche la fiction ci sembra che possa contribuire a formare un tessuto connettivo comune. Pensi del resto a quanto è accaduto con Nonno Libero, un personaggio diventato così famoso da essersi sovrapposto all'attore che l'ha interpretato, Lino Banfi, e che ormai è il nonno per antonomasia di tutti gli italiani. O col maresciallo Rocca, che è intervenuto in diretta al TG2 dopo la strage di Nassiriya; in realtà era Gigi Proietti a parlare, a rassicurarci, ma sullo schermo noi abbiamo visto l'immagine del maresciallo da lui impersonato. Ancora oggi, in fondo, come ai tempi degli sceneggiati, la formula che funziona è la condivisione di un sentire comune attraverso le emozioni.
"Ettore Bernabei diceva che da Omero a Cronin la narrativa rispecchia il modo di vivere e di pensare della gente qualsiasi, le lotte e le difficoltà concrete dell'esistenza quotidiana. E questo era il merito degli sceneggiati: ci riproponevano i capolavori della letteratura."

Renzo Oberti