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Tutte le donne della mia vita

Qualche assaggio del libro

Mi trovavo in prossimità del cartello Cibo del Nord.“La memoria!” ripresi. “Qui al nord si sentono le aringhe e gli abeti. Ma manca l’odore della neve.”

“La neve non ha odore” gridò a sua volta, facendo oscillare il cartello con la scritta Cibo del Sud.

“Si vede che lei non ha mai baciato un esquimese.”

“Ah sì, l’esquimese mi manca!” rilanciò esasperata.

Il direttore prese Stefania sottobraccio e le sussurrò: “Non se la prenda dottoressa. I cuochi sono tutti un po’ pazzi.”

Lo rimisi immediatamente al suo posto. “Certo che siamo pazzi! Lavoriamo col fuoco, usiamo le armi e tocchiamo animali morti tutto il giorno!”

Stefania si bloccò, fissandomi intensamente. Strano, si era pacata all’improvviso. “Ma chi glielo fa fare?” disse.

Feci una pausa. E poi esplosi: “La passioneeee!” come un santo trafitto dal forchettone del girarrosto.

Un’altra pausa, per dare spazio all’eco nella stanza. Ed ora, sottovoce: “Lei ce l’ha la passione?”

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Passai la notte nel dormiveglia, girandomi ogni cinque minuti. Rodolfo! Pensavo a come vendicarmi. Immagini cruente. Il coltello apri ostriche che diventa pugnale. Meglio, i coltelli di ceramica di Saké che non trasportano odori né sapori e ingannano pure il luminol degli investigatori della scientifica. La luce assassina del frigorifero di Shining. Il pâté di carne umana. Volevo cucinarmelo, letteralmente. Col veleno, forse. Far sì che fosse il cibo a divorare lui. Sarebbe bastato telefonare ad Armando, il mio amico anestesista. Armando sapeva bene come fare strage della lingua, del palato, come produrre un’immane catastrofe esofagea. Oppure potevo organizzare un invito a cena con delitto… Fegato di Rodolfo con una buona annata di Chianti. Un vecchio amico per cena.

No. Dovevo capovolgere il suo destino. Doveva sapere che l’avrei avvelenato. E costringerlo a non toccare più nulla di commestibile per paura che io l’avessi alterato. Ridurlo a guardare i piatti raffinati che gli passavano davanti con terrore, pensando al veleno micidiale che potevano contenere. Arsenico, cicuta, stricnina, sali di mercurio amalgamati con azzurro di metilene. Invisibili. “Posso ridurlo alla fame” rimuginavo. Indurlo a mangiare solo uova alla coque, nella convinzione che nessuno – come nei racconti di miss Marple –  possa alterare l’interno di un uovo alla coque.

Quella notte, insomma, fantasticai di essere un killer. Qualcuno dice che tutti i cuochi sono killer, si vede da come sventrano un animale. Non è vero. In realtà, se c’era un killer tra noi due, quello era Rodolfo. Era un serial killer. Peccato non sapesse prendere la mira.

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Non c’è niente di più bello di una donna che impazzisce per ogni piatto che le cucini. E’ la felicità più grande: vederla radiosa, appagata. I cibi toccati da una donna hanno il sapore di lei, acquistano la sua fragranza. Alcune donne hanno il potere di trasfigurare ciò che assaggiano. Isabella, ad esempio. Papille negli occhi e pupille nel palato. Il suo piacere diventava il mio. Un piacere scritto sul display del telefonino.

Nei ristoranti in cui ho lavorato, di donne ne ho incontrate tante. Mi piaceva osservarle con il naso schiacciato sull’oblò della cucina. Le vedevo arrivare con i mariti, i compagni, i fidanzati, gli amanti. Chi erano gli uomini che le accompagnavano? Uomini magri, grassi, alti, volgari, raffinati. Di solito vestivano in maniera formale, in completo grigio o blu. Pochi uscivano dalla camicia di forza dell’abito classico per sfrenarsi nel regno dei colori e della fantasia. Alla fine mi sembravano tutti uguali. Loro invece no. Le donne erano una diversa dall’altra. Ognuna era un mondo a sé.

Tra uomini e donne c’erano differenze di carattere, di stile, di comportamento. Ho visto principi che chiamavano il cameriere facendo schioccare le dita  e principesse che invece si inchinavano davanti a ogni piatto, piegandosi al cospetto di una portata.

‘Ho visto cose che voi umani non potete immaginare.’ E mangiare.