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TeleObiettivo

La televisione: un testo da leggere o un pretesto per non leggere?

Bah, tanti romanzi recenti sono camere con vista sulla tv. Gli scrittori si affacciano, vedono scorrere il mondo in pixel e lo raccontano. Nell'occhio del ciclone, storie di presentatori televisivi che tentano il suicidio, nemesi di registi in odore di Grande Fratello, reality show che prendono il sopravvento sulla realtà.

Ma in che modo la letteratura guarda la tv?


Copertina libro

Alan Bennett

L’imbarazzo della scelta

Adelphi, 2009, pp. 67, euro 5,50

Alan Bennett

Una visita guidata

Adelphi, 2008, pp. 43, euro 5,50

Quanto abbiamo bisogno, noi italiani, di Alan Bennett e delle sue allegre ciceronate nella storia dell’arte. Sono di questi giorni l’articolo di Pietro Citati contro il Louvre, “una stazione, un aeroporto, una reggia, un lager”, sede di eventi orridi e folle mostruose (La Repubblica, 24 luglio) e la risposta di PierLuigi Battista (Corriere della Sera, 25 luglio) che lo invita a starsene a casa e a non contaminarsi con il sudore ascellare di milioni di visitatori qualunque.

Spocchia e controspocchia, come veleni e sarcasmi, lasciano un sapore amaro e il tempo che trovano. Ben altro humus nell’humour di Bennett, l’irriverente commediografo inglese (autore di Nudi e crudi, La cerimonia del massaggio, La signora nel furgone, La sovrana lettrice) che in due librini da collezione se ne va a spasso con la sua “personale ignoranza” nelle sale della National Gallery di Londra – di cui è stato trustee per un anno –  e tira giù i capolavori dai piedistalli; o ricorda l’esperienza imbarazzante del dover scegliere un certo numero di quadri da riprodurre per un progetto didattico dei supermercati Sainsbury’s; o prende spunto dalle antiche lezioni scolastiche di miss Timpson  per ideare e girare un documentario televisivo della BBC.

Anche se non sappiamo nulla di quei quadri – e li vediamo per la prima volta nelle illustrazioni a colori dei due volumetti – basta una parola di Bennett per trasformarli in amici e parenti dall’aria familiare. A cominciare dai santi, sorpresi in pose disinvolte e sconcertanti: San Rocco che sembra stia per mostrare la giarrettiera, San Sebastiano che fa le smorfie all’ennesima freccetta nel costato,  San Pietro con la scure conficcata nel cranio a mo’ di Spada nella roccia, l’Angelo dell’Annunciazione che sembra dire a Maria che ha appena vinto la lotteria. E ogni gesto rimanda a un altro gesto, all’infinito. Storie e gag per ridere in allegria e spettegolare sui mostri sacri: Bennett è così, senza freni, e ogni chiacchiera è un colpo di spugna contro il conformismo, i luoghi comuni, l’assertività da qualunque parte provenga. L’aura di un’opera comincia quando ci viene la tentazione di portarcela via nascosta sotto l’impermeabile. Solo quello che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo: è l’ingresso di servizio della mente. L’arte e l’antichità rendono legittimo fare i guardoni.

Chi si sente impreparato nel campo dell’arte ma non ha perso curiosità e libero arbitrio troverà preziose le sue riflessioni: rafforzano l’idea che l’arte è un’idea personale da sviluppare con qualsivoglia confronto e associazione, e da completare a piacere con i libri e i cataloghi; che l’esperienza di una persona che si trova davanti a un quadro non può essere calcolata dal piano aziendale di un manager, e rimane un mistero, spesso anche per chi la prova. Non ultimo: anche l’atto del veder capolavori, considerato tra i più contemplativi dell’esistenza, ha il suo innegabile lato comico. E dovrebbe restare un diritto naturale di ogni singolo cittadino, senza barriere né pecuniarie né di altro genere.

Bennett è un vero, grande artista, con un pizzico di Pantera rosa e una spruzzata surreale di Monsieur Hulot. Un artista che non ci lascia soli, mai più soli e in balia del disprezzo intellettuale, nei musei delle nostre città.  

(30 luglio 2009)